Dio vede, provvede e sfrutta i big data

Un algoritmo avanzato e settato sulle problematiche amorose potrebbe risparmiarci scelte superficiali, e suggerirci chi è la persona che ci renderà felici. Potremmo fare a meno degli appuntamenti sgradevoli, e sposare direttamente la persona che ci suggerisce il Tinder del futuro. Perché affidarci alla nostra memoria difettosa e ai nostri preconcetti quando possiamo votare in base a cosa abbiamo provato nei momenti importanti dell’ultimo decennio?

Se c’è una cosa che accomuna tutti gli essere umani è la nostra incurabile limitatezza. Ma se un algoritmo dovesse conoscerci meglio di noi stessi, suggerirci decisioni o prenderle per nostro conto, memorizzare e analizzare la nostra vita per trarre calcolate conclusioni nei momenti più importanti? Ne parla Paolo Mossetti su Le macchine volanti.

Dare un nome preciso a questa nuova religione è complicato, ma lo scrittore e storico Yohan Harari ci ha provato e l’ha chiamata “datismo”, il cui dogma si può riassumere così: tutto ciò di cui abbiamo bisogno sono le informazioni che provengono dai dati. Ma questi dati non possono essere interpretati dall’intelligenza umana, perché la loro quantità è troppo grande. Ecco che allora intervengono gli algoritmi, prodotti e gestiti dai colossi tecnologici, che ne estraggono i tratti salienti e costruiscono su di essi una nuova conoscenza, una nuova politica, una nuova esistenza.

Non bastavano le religioni ufficialmente o meno riconosciute, qualche impallinato in California ne sta immaginando di nuove basate su algoritmi capaci di estrarre informazioni dall’enorme mole di dati che produciamo quotidianamente. Un dio che vede e provvede, come quell’altro ma dal vero, senza dogmi se non i sorgenti che lo tengono in vita e i metodi con cui gestisce la nostra privacy. Uno scenario inquietante e non impensabile. Gli algoritmi oppio dei popoli.

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