Che lavoro fai? Risoluzione di una crisi professionale

Non amo il mare, meno ancora amo passare un lungo periodo di vacanze al mare. Non amo il sole, in verità, né starci nelle ore più calde della giornata. Né la sabbia, né il sale, né l’abbronzatura. Ma il mare si deve fare, diceva mio nonno, e io l’ho fatto. Per i bambini è necessario lo iodio, dicono, e la vitamina D, e allora mare.

Al mare ho conosciuto molte persone. Merito di mia figlia: è una stalker. Ha fermato ogni bambino dagli zero ai 10 anni, si è presentata e ne ha chiesto il nome. Tutti, nessuno escluso. Abbiamo fatto molte amicizie. Abbiamo condiviso chiacchierate sul bagnasciuga, caffè al bar, amari serali sul bordo piscina quando i bambini – finalmente – ronfavano nei passeggini, e sudate appresso le pesti: tante sudate. E domande, tipo da dove vieni?, come ti trovi?, che ne pensi sullo iodio? e della vitamina D? resti una settimana o due?, che lavoro fai?

Che lavoro faccio? È stata la crisi professional-esistenziale di questa estate.

La mia compagna liquidava facilmente: io insegno alle scuole elementari e lui è un informatico, diceva. È vero, un po’ troppo semplicistico per quanto mi riguarda, ma dal punto di vista della formazione e degli interessi è corretto: sono un informatico. Ma io non mi sento solo un informatico. E allora correvo ai ripari: il branding, l’immagine, la comunicazione, la reputazione, lo sviluppo digitale, le relazioni sociali. Ma a loro restava quel primo titolo, frettoloso, sintetico, pratico: informatico.

È stato il mio primo shock professionale. Dal punto di vista lavorativo le mie competenze sono cresciute e si sono maggiormente diversificate da quando, accompagnando Vittorio nell’impresa Crearts, ho iniziato per forza di cose a masticare – prima timidamente poi con ingordigia – anche temi dai quali mi ero sempre fatto sfiorare. Complici esperienze non ordinarie, letture e approfondimenti, preziose discussioni, cattivi maestri e un lavoro quotidiano di coordinamento e gestione, la mia professione si sta lentamente ma inesorabilmente spostando dal settore tecnico IT a quello più vivace del branding management.

È un percorso lungo e pretenzioso nel quale mi ci sto muovendo con divertimento, legnosità e trasporto. Non è mai confortevole amplificare lo scettro delle proprie competenze e portarsi fuori dalla bolla delle proprie conoscenze. Ma volete mettere la soddisfazione?

Sono un informatico, quindi, e non è un assunto. È un valore aggiunto e non una trappola. Questo dunque è un auto-battezzo laico e professionale: mi occupo di branding e comunicazione ma con un occhio più attento ai temi digitali. Ecco qua.

E per l’estate prossima vacanza in montagna. Prenoto online.

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