Mi vendo la privacy che non ho

Dare la colpa a Google è una soluzione di comodo. Ci permette di prendere di mira un nemico che sembra degno di essere combattuto. Ma il nemico di questa invasione della privacy dei dati non è il cattivo di un fumetto che possiamo affrontare, mettere in difficoltà e sconfiggere. È una creatura oscura e indefinibile, un mormorio spaventoso e lovecraftiano, impossibile da vedere, tantomeno da toccare e sconfiggere. […] Se non sono i siti web, saranno i prodotti farmaceutici. Se non sono i dati di localizzazione, saranno i beni consumati in famiglia. Se non sono i like e le condivisioni, saranno i rendiconti bancari e i dati demografici. I nostri dati sono ovunque, e da nessuna parte, ed è impossibile sfuggire a loro e alle loro conseguenze.

I nostri dati sono ovunque. Possiamo limitarne l’accesso, ma non smetteremo di usare Google, né Facebook, né il web. È una battaglia impari e già persa, scrive Ian Bogost.

Ho uno smartphone Android, una Chromecast attaccata al TV, uso più account Google e GSuite, ho un Google Home e alla guida mi affido ad Android Auto, utilizzo Chrome come browser principale e tutti i servizi dell’universo Gmail/Drive – archiviazione di dati, documenti e fotografie – e sono consapevole. Consapevole che la mia privacy è minata degli algoritmi di Google che scandagliando tra dati e metadati delle mie comunicazioni, delle ricerche e delle navigazioni, tenteranno di propormi prodotti commerciali che, a loro avviso, potrebbero interessarmi. Sono consapevole e mi tutelo limitando il più possibile il quantitativo di informazioni che fornisco a Google. Mi tutelo ma so che non è abbastanza, anzi che probabilmente è un esercizio inutile, e che Google conosce potenzialmente più cose di me che la mia compagna o mia madre. Posso farne a meno? No. Ci rinuncerei? No. C’è un altro modo per regolarne l’accesso? Nemmeno. Rispetto a Google e ai suoi servizi, svendo la mia privacy perché non potrei fare diversamente, perché non ho opzioni migliori e tutto sommato perché se provassi a rinunciarvi le limitazioni in comodità, produttività e workflow quotidiano sarebbero superiori.

Più o meno con le stesse motivazioni ma con molti meno vincoli valgono gli stessi presupposti anche per altri servizi che uso – social network esclusi. Mino consapevolmente la mia privacy tutti i giorni perché non ho alternative. E realmente, siamo seri, nessuno ne ha.

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