La grande lentezza

Le leggi antitrust e quelle sulla privacy non sono adeguate, e forse non lo saranno mai, alla velocità, alle innovazioni e alla mole di dati dell’economia digitale. Queste mancanze della politica generano conseguenze gravi, dice Evgeny Morozov, prendendo a pretesto i nuovi investimenti in campo assicurativo di Google e la recente acquisizione di Fitbit.

Nell’iniqua società digitale di oggi il potere finisce regolarmente nelle mani di chi ne ha già troppo, alimentando il risentimento popolare verso le élite e favorendo la nascita di teorie del complotto sull’onnipotenza della Silicon valley. Invece di creare istituzioni che possano aiutare i più deboli, i politici continuano ad affidare la responsabilità di contrastare i giganti della tecnologia ad autorità che usano metodi obsoleti. Solo adottando una soluzione politica e non tecnica potremo risolvere la disuguaglianza radicata nella moderna economia digitale.

Astrattamente tutelati

Google chiuderà i rubinetti di Google Photos. La trovo un’ottima occasione per riflettere e ripensare seriamente a due cose, entrambe importanti.

La prima, legata strettamente al tema fotografia, è la bulimia di scatti che produciamo e conserviamo seppur senza meritarlo. La seconda, forse più importante, è la fiducia che affidiamo ai servizi cloud, gratuiti o a pagamento che siano, e a quanto ne siamo diventati dipendenti.

Da quando è nata mia figlia non ho fatto altro che usare la fotocamera del mio smartphone, molto più di prima, molto più di quando usavo una reflex. E ho conservato tutto: foto scattate bene, foto scattate male, foto a occhi chiusi, foto sfocate. Google archivia tutto, che bisogno c’è di cancellarle? Non ne ho mai fatto una seria selezione. Ecco, oggi mi viene offerto lo spunto per iniziare.

Come Google anche Dropbox, Amazon, Microsoft, Apple, Box e tanti altri offrono spazio gratuito per gestire foto e documenti. Ma i nostri dati sono realmente al sicuro? Sono davvero tutelati? Quando le aziende decideranno di cambiare le logiche di storage dei nostri documenti, quanto costerà realmente il trasferimento da una piattaforma all’altra? Forse è arrivato il momento di iniziare ad adottare soluzioni self-hosted?

Non ho risposte, e non perderò l’occasione di rifletterci. Ma intanto ho già un account Google One. Mi sento falsamente tutelato. Le mie foto sono ancora astrattamente al sicuro, finché Google non deciderà diversamente.

Photo by Dollar Gill on Unsplash

Siamo diventati rimossi

Rileggendo l’incipit della newsletter di ieri, è buffa l’evoluzione che ha avuto la parola remoto, no? Non molti anni fa la si imparava a scuola solo in congiunzione al passato (o al trapassato, i più attenti), e raramente – frequentando linguaggi più raffinati – col suo significato di distante o estraneo (una remota possibilità): viene dal latino, vorrebbe dire in origine la stessa cosa di rimosso. Poi abbiamo iniziato a trovarlo scritto nelle istruzioni in inglese dei telecomandi (il remote control) e la distanza è diventata per la prima volta una cosa utile invece che problematica, e man mano che la tecnologia prevaleva nelle nostre vite introduceva anche con maggior frequenza il termine remoto. Siamo finiti a farlo diventare praticamente un luogo (lavoriamo da remoto) o un modo di vivere (in remoto). Siamo diventati rimossi.

L’introduzione della newsletter de Il Post dell’undici settembre è un libello di logica, linguistica, filosofia e tecnologia. Abbonati.

Il giardino recintato

Facebook sta unificando i servizi di messaggistica di Messenger e di Instagram. Immaginabile che seguirà anche WhatsApp. Internet sta diventando sempre di più un giardino recintato, ma con custodi alla porta che non vogliono farti uscire. Ne scrive Mantellini.

Internet, un sistema nato e ottimizzato per decentralizzare i contenuti e che funziona egregiamente solo quando gli ambiti digitali saranno molti, differenti e debolmente connessi, si sta trasformando in un unico gigantesco canale broadband nel quale il flusso è sempre più spesso unico e controllato.