Rinviare è un problema esistenziale

La procrastinazione è uno stato d’animo. Non è un approccio errato al lavoro ma la reazione a una condizione psicofisica negativa indotta da ansia, noia, insicurezza, bassa autostima, frustrazione eccetera. È un problema legato alle emozioni e non alla produttività.

Ed è una cosa irrazionale: rimandiamo al futuro un’attività che dovremmo svolgere come se nel futuro non dovessimo essere noi stessi a completare la stessa attività.

Dr. Hershfield’s research has shown that, on a neural level, we perceive our “future selves” more like strangers than as parts of ourselves. When we procrastinate, parts of our brains actually think that the tasks we’re putting off — and the accompanying negative feelings that await us on the other side — are somebody else’s problem.

Ne scrive, tra altre cose interessanti, Charlotte Lieberman sul New York Times.

Approcci, software e abitudini sono superflui se non ci siamo con la testa: se non ci va di fare una cosa, non facciamola, ma non sentiamocene sconfitti. Trattiamoci con gentilezza. Se il problema è esistenziale, rivalutiamo il problema, riconsideriamolo. Fa’ niente, non affliggiamocene. Auto-compatiamoci. Perdoniamoci.

Io ad esempio ho un blog che non curo. Volevo scriverne ma procrastinavo. Provo ad assolvermi con questo post.

Le storie di ieri

Il mio primo viaggio all’estero lo feci a Praga. Ero con degli amici e raggiunsi la città d’estate, in treno e con pochi soldi. Ma Praga costava poco, la corona ci permetteva di scialare, eravamo ricchi. Una birra da mezzo litro, me lo ricordo ancora, al cambio faceva 50 centesimi di euro. Sarà che avevo 21 anni, sarà che era la mia prima volta all’estero da solo, ma quella birra era buonissima. Un hot dog in strada, poi, costava solo 15 centesimi. Con un euro mangiavo e bevevo, a Praga nel 2004. Ad ogni angolo.

Diventammo all’improvviso facoltosi, potevamo permetterci serate diverse, potevamo essere altro, potevamo osare. E quella sera i miei amici decisero di arrischiarsi: vollero spendere diverse corone, l’equivalente di circa 4 euro, per andare in discoteca. Ora, supposto che a me la discoteca proprio non piaceva e non mi è mai piaciuta dopo, ma voi vi rendete conto? Il biglietto costava l’equivalente di 8 bottiglie di birra, buonissima tra l’altro. Il mio cambio era in litri, a Praga. Io me ne resto qui, in Staroměstské náměstí, nella Piazza della Città Vecchia, a bere birra, a guardare i passanti, a godermi l’estate. La mia prima e unica estate da nababbo. Voi andate pure, che io c’ho da trasforamre corone in malto, malto in poesia.

Jan Hus mi faceva compagnia e guardava il castello, io la piccola folla che cantava canzoni. Poi qualcuno intonò “Volta la carta”, qualcun altro, dopo, “Quello che non ho”. E poi “Giordie”, “La cattiva strada”, “La guerra di Piero”. Mi ritrovai tra la folla, seduto a terra, con del vino in un bicchiere di cartone ricevuto da non so chi e un vecchio ubriaco abbracciato al collo a contare, io in italiano e lui in ceco, le canzoni di Fabrizio De André, insieme a decine di altri seduti a gambe incrociate a terra, come noi. Continuò fino a notte. Eravamo in tanti. Eravamo ricchi. Eravamo anche belli, secondo me. Non lo dimenticai più.

Grazie anche di quella serata, Faber, oltre tutto il resto.

Baciami senza la paura della rete

Il mondo dei blogger rappresenta tipicamente questo modo di concepire la realtà. C’è chi è diventato famoso semplicemente commentando qualsiasi cosa, anche senza averne alcuna esperienza. Fanno del chiacchiericcio misto a innumerevoli foto della propria quotidianità (perché il blogger ti informa su cosa mangia o sui propri calzini, oppure su tutte le persone che incontra) il loro fondamento esistenziale. Una vita basata sulla presunzione che il proprio esserci sia interessante per gli altri. Una personalità che potrei definire «molto vuota di sé»: la loro celebrità è inversamente proporzionale alla qualità del loro curriculum.

Ero ai tavolini di un bar di provincia, prendevo un caffè con la mia compagna e accanto a noi erano seduti due ragazzi, una coppia, entrambi piegati sullo smartphone. Giocavano a Ruzzle, ognuno la propria partita. Sono stati lì parecchio tempo, in silenzio, concentrati sul proprio dispositivo, isolati, senza conversare. Sarebbe stato facile trarre conclusioni sul loro modo di passare la serata, e certamente noi traemmo le nostre, non lo ricordo. Era il 2012, questo modo di stare soli anche insieme esisteva già prima, non ha smesso di esistere dopo.

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Podcast, i miei ascolti del 2018

Tutto è nato con la radio. C’erano un paio di programmi che non riuscivo ad ascoltare in diretta¹, per tempo e per orari, di cui quindi ne ascoltavo la registrazione. A quelli se ne aggiunsero altri, poi format pensati ad-hoc per il canale: oggi non ne posso fare a meno.

Non ho molto tempo libero, ma quando capita mi infilo un auricolare² e ascolto podcast. Mentre sono in palestra, o quando mi sbarbo, o durante la guida o quando mi capita di stirare (sì, va bene, succede poche volte, ma succede). È una forma di reinvestimento di un tempo che, dal punto di vista dell’ascolto e dell’attenzione, andrebbe altrimenti sprecato. Se non ho bisogno di concentrarmi su quello che sto facendo, apro Pocket Casts. Tecnologia, politica e informazione gli argomenti principali, il mio audio giornale.

Visto che dicembre è tempo di classifiche, mi piace condividere quelli che ascolto con continuità o, se terminati, che ho ascoltato durante l’anno.

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Personale e partigiano

Benvenuti nel mio ennesimo blog personale. L’ultimo, prima di parirne un altro – ovviamente. È un blog che non ha un tema di defualt, ma tratta il mondo IT, la produttività, il management e tutti gli altri temi che – ogni giorno in ufficio e tutte le sere a letto – tratto, discuto, leggo, studio.

Saranno opinioni personali e partigiane.

Scriverò per me: grazie per leggermi, per la pazienza, per il supporto e benvenuti. Si inizia.