I prodotti scelti da Amazon non sono realmente scelti da Amazon

Amazon Choice è un’etichetta che Amazon ha introdotto nei risultati delle ricerche dal 2015: serve a limitare il sovraccarico di informazioni che può sconfortare l’utente e scoraggiare l’acquisto. All’apparenza sembrano prodotti selezionati e garantiti, ma in realtà i prodotti etichettati come “scelto da Amazon” non sono realmente scelti da Amazon, ma da un’automazione.

Un algoritmo miscela le parole chiave usate durante la ricerca, il numero di stelle sul prodotto, l’economicità del prezzo e lo stivaggio presso i magazzini Amazon (che rende più veloce la spedizione) per etichettare un prodotto come “scelto da Amazon”. È la conseguenza di combinazioni, non un consiglio né una garanzia di qualità. Ne parla Wired.

Se considerate che molti prodotti vengono regalati dai venditori in cambio di una recensione a 5 stelle, pare evidente che il consiglio migliore è che ognuno si faccia le proprie selezioni da sé.

Il criptovalore della privacy

Facebook sapeva che le persone non si sarebbero fidate se avesse gestito in autonomia la criptovaluta che avrebbero usato, e voleva un aiuto per stimolarne l’adozione. Così il social network ha reclutato i membri fondatori dell’Associazione Libra, una no-profit che sovrintende lo sviluppo del token, la riserva dei beni reali che le danno valore e le regole di governance della blockchain.

Facebook ha lanciato la propria criptovaluta con il supporto di partner d’eccellenza (VISA, Mastercard, Uber, Vodafone, Spotify, Paypal, Ebay e tanti altri) e creando un’organizzazione indipendente con base in Svizzera. Zuckerberg non è attendibile in tema di privacy e sicurezza, e quando si parla di soldi un minimo di credibilità è necessaria: se non si muoveva in questo modo, probabilmente in pochi lo avrebbero preso sul serio.

Libra – è il nome della valuta elettronica – sarà stabile e agganciata al dollaro, integrata in Messenger, WhatsApp e altre applicazioni, godrà di un proprio portafoglio virtuale con un’utenza indipendente, e non condividerà i dati con Facebook. Tranne casi limitati.

Di default, Facebook non importa i tuoi contatti o nessuna informazione del tuo profilo ma potrebbe chiederti di farlo. Inoltre non condividerà i dati delle tue transazioni su Facebook, quindi non verranno usati per targettizzarti con la pubblicità, riclassificare il tuo News Feed o altri metodi che permettano a Facebook di guadagnare in maniera diretta. I dati saranno condivisi sono in casi specifici in modo anonimo per misurarne l’adozione e fare ricerca.

Voi li affidereste i vostri risparmi a Zuckerberg?

Facebook e la mancanza di rispetto

Facebook ha dimostrato ripetutamente una mancanza di rispetto nei confronti dei consumatori e delle loro informazioni, traendo al contempo profitti dal loro sfruttamento.

Lo ha detto il procuratore generale di New York, Letitia James, in merito all’indagine aperta nei confronti di Facebook: ha raccolto gli indirizzi email dei contatti di almeno 1,5 milioni di utenti. Facebook si è giustificata sostenendo si sia trattato di un errore.

Un errore, un milione e mezzo di utenti coinvolti.

Di questa notizia mi permetto di fare tre banali considerazioni.

Facebook è in malafede. Lo è stata in passato e forse lo è ancora tutt’ora – lo scopriremo tra tanto tempo. Provare a nascondere il barattolo della marmellata quando ancora si parla sputacchiando pane e frutti di bosco non è proprio una cosa elegante per Zuckerberg. Il codice che ha permesso agli utenti di autenticarsi mediante account email – o che ha gestito l’accesso alle email degli utenti – e che ha frugato nei contatti salvandoli da qualche parte per poi usarli ai fini di profilazione, non si è sviluppato da solo. Giustificarsi adducendo all’errore è una vigliaccata. Non può essere, non è possibile. Sono bugiardi e codardi.

Facebook non ha alcun interesse nel proteggere i dati dei propri utenti. I dati sono soldi, più se ne raggranellano meglio è: lo fanno anche Google, Amazon e compagnia. Ma tutelarli, averne cura, non approfittare della fiducia riposta, non giovarsi di una posizione di vantaggio – psicologico, tecnologico, culturale – sui propri utenti sarebbe un principio da non sottomettere al conto in banca. Strappare qualsiasi valore di privacy, mettere nel calderone tutte le informazioni possibili e infischiarsene della loro protezione è sintomo di scarso interesse verso i propri utenti: sono merce, appoggiateli lì che mo’ c’ho le mani occupate.

Facebook è un colabrodo. Ogni due giorni si racconta di mala gestione, di falle, di discriminazioni, di errori. Non ci affiderei mai la mia vita digitale, e a parte la necessità sociale e lavorativa di dover continuare ad usare WhatsApp, non lo faccio più e diffido chiunque dal farlo.

Facebook fa utili comunque. Sarà banale anche questo, ma credo che il rispetto faccia utili più duraturi.

Sharing the failure

[…] la sharing economy non ha innovato quasi niente, almeno dal punto di vista della tecnologia. Nessun nuovo oggetto, nessun nuovo linguaggio. La sharing economy è una forma di disintermediazione tramite smartphone: prendi servizi che già esistono e trovi il modo di distribuirli via app, sperando che qualcuno paghi. E’ un frutto basso (molto basso) dell’albero dell’innovazione. Per di più, è in gran parte in perdita. La vera rivoluzione è stata culturale: la sharing economy ci ha abituato a ottenere a poco prezzo servizi che dovrebbero costare di più.

Uber sta per presentarsi in borsa, Lyft l’ha già fatto e nessuna delle due se la passa finanziariamente bene. Il bike sharing diventa insostenibile e perde quota, stessa direzione stanno prendendo le startup di monopattini elettrici. La sharing economy, quella con asset fisici, pare stia inchiodando.

Ne scrive Eugenio Cau sull’ultimo numero di Silicio, la bella newsletter de Il Foglio. Ci si iscrive da qui.

Non è una Internet per giovani

Gli anziani stanno rompendo il mondo a causa di Internet. Sono perlopiù analfabeti digitali, si fanno truffare facilmente, credono alle bufale e seguono siti e account social che diffondono notizie evidentemente false. Votano e voteranno per molti anni ancora e – essendo mediamente più ricchi dei giovani – partecipano economicamente in maniera importante alle elezioni. Sono potenti e in collera e stanno influenzando pericolosamente la nostra società.

Online hanno trovato il modo migliore – o peggiore – per trovare sfogo alla propria solitudine o, peggio ancora, al proprio isolamento, ritrovandosi nei meme farlocchi e nei post spazzatura o addirittura ironici ma incompresi.

This constellation of behaviors, which broadly seeks to avoid conflict and minimize disappointment, may make these individuals prone to gravitating towards sources of information that mirror their own worldview thereby maintaining a sense of self. […] Older Americans are more likely to live in rural communities and this can bring with it a sense of isolation that makes the internet seem like the best, or perhaps only, way to connect with others.

La ricerca è statunitense e ne scrive Craig Silverman su Buzz Feed, ma non fatico a trovare relazioni con quello che succede in Italia e, senza scomodare il Paese, con quello che succede in famiglia.

Mio padre – over 65 – passa molto tempo su Facebook. Buona parte dei contenuti che condivideva (non posso più saperlo: sono mesi che ho rimosso il mio account e ancor prima avevo smesso di seguirlo per non ritrovarmi deluso ad ogni post) erano notizie false, per lo più pubblicate da siti, gruppi o account vicini al Movimento 5 Stelle e alle quali seguiva insistentemente sempre un mio commento: «È una bufala», corredato da link. Ha creduto a qualsiasi cosa e, quelle poche volte che abbiamo provato a discuterne, le basi che citava erano sempre le stesse: notizie distorte, monche o false ma comunque sempre a favore della linea politica nella quale aveva deciso di credere. Tutto il resto, qualunque fosse stata la fonte: bugie. Alle politiche ha poi votato per il “movimento”.

Non si è mai fatto truffare, fortunatamente non ne è mai capitata l’occasione, credo mi chiederebbe pareri.

Come lui i suoi amici, i conoscenti e quel pezzo di Italia pensionato o vicino alla pensione, con molto tempo libero e tanto rancore per una vita, forse, non vissuta come avrebbero voluto: il posto fisso, la monotonia, i figli cresciuti, le vacanze al mare, la domenica a messa. La solitudine.

“Despite very specifically discussing these issues with my grandmother, she hasn’t stopped liking and sharing things on the platform, and perhaps that is our fault — not spending more time with her, I love my grandma.”

La colpa di tutto questo, probabilmente, è anche nostra. Di noi figli e nipoti che chiusi nei gusci dei nostri dispositivi e presi nelle discussioni delle nostre bolle, li abbiamo lasciati soli a confrontarsi con like, condivisioni impulsive e inserzioni di propaganda.

Forse facciamo ancora in tempo a recuperare e a passarci un po’ di tempo insieme, giusto per distrarli dai social network e dal maldestro tentativo di distruggere il mondo.

Tutta l’informazione del mondo non ci rende più informati

Adesso sappiamo che avere a disposizione praticamente tutta l’informazione del mondo non ci rende più informati, né cittadini più responsabili, né esseri più empatici o realmente connessi. Anzi. Infantilizzare i formati per “raggiungere un pubblico più ampio” non fa che distribuire a più persone un’informazione in pillole che ha perduto tutti i suoi nutrienti, ma non crea affatto un maggior numero di persone informate. Ci sono passaggi dell’assorbimento dell’informazione che non si possono saltare, e sono personali, e lenti, non c’è niente da fare. Una delle semplificazioni drammatiche provocate dall’erosione della cultura è la letteralità, l’incapacità di digerire informazioni, il tracciare solo rapporti diretti di causa-effetto, come imputare il proprio impoverimento all’arrivo del migrante mentre questi, in realtà, è spinto a migrare proprio dalle conseguenze del nostro benessere a scapito del suo, soltanto che non ci va di indagare quali siano le nostre responsabilità indirette.

Marina Petrillo, Il Grande Rancore.

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