La discrezionalità di Twitter

I post razzisti e xenofobi di un uomo politico (fosse pure il Presidente degli USA) vanno rimossi o tenuti online? È ragionevole che Twitter decida al posto di un giudice? Che applichi i propri termini d’uso – a ragione o a torto – in maniera discrezionale, talvolta rispettandoli alla lettera, talvolta contraddicendoli?

È giusto, quindi, lasciare alle piattaforme – che si fanno scrivere TOS che pendono verso i propri interessi – l’amministrazione della giustizia? No, probabilmente no. È pericoloso (e inquietante).

La giustizia umana è imperfetta, spesso lenta, certamente eterogenea nella sua applicazione da Paese a Paese e, talvolta, persino all’interno dello stesso Paese ma è, in democrazia, la miglior forma di giustizia sulla quale possiamo contare.

Ne scrive Guido Scorza sul suo blog.

Il messaggio deve essere distrutto

A molti sarà capitato almeno una volta di ricevere una email che si concludeva con un lungo messaggio in cui si comunicava al destinatario la natura personale delle informazioni contenute, e lo si avvertiva di distruggerla e di avvisare il mittente nel caso in cui fosse stata inviata per errore. Questi messaggi, chiamati in gergo tecnico disclaimer, non servono a niente. […] Trovare questi messaggi in fondo alle email scritte o ricevute in particolare dalle aziende è così comune che ormai i destinatari danno per scontato di trovarle, e i mittenti di doverle inserire. Ma sono davvero obbligatori e, soprattutto, servono a qualcosa? In realtà, nonostante le leggi che vengono citate nei disclaimer, dal punto di vista normativo non esistono obblighi di alcun tipo sull’inserimento di questi messaggi, e la loro utilità legale è inesistente.

Ti fischiano le orecchie?

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Gli smartphone come la nicotina

Allo stesso modo in cui il fumo passivo nuoce ai polmoni delle persone intorno al fumatore, gli smartphone danneggiano l’attenzione delle persone attorno all’utente che ne fa uso. Dirotta i nostri sensi. Ci costringe a mettere in pausa le nostre conversazioni e a raddoppiare i nostri pensieri inutilmente. Ci fa perdere la nostra linea di pensiero e dimenticare quel punto importante che stavamo costruendo nella nostra testa. Erode la nostra capacità di connetterci o semplicemente di essere presenti l’uno con l’altro, distruggendo l’intimità nel processo.

Il fatto che l’attenzione sia l’unica cosa che possediamo realmente nelle nostre vite, come Mark Manson racconta in questo bel post segnalato dalla newsletter di Pocket, forse è un’esagerazione, ma l’utilizzo maniacale e compulsivo dello smartphone che alcune persone hanno in pubblico, anche durante una discussione, anche proprio mentre stanno parlando, avvelena la nostra attenzione e distrugge la nostra concentrazione (oltre ad essere terribilmente irritante). Non posso che concordare.

Dallo smartphone traversano messaggi, notizie, podcast, promemoria, musica, fotografie e attività di vario tipo. È un hub. Ne siamo seriamente dipendenti, come per le sigarette. Se lo dimentichiamo scleriamo, ritorniamo a casa, non prendiamo aerei: siamo deboli. Come col fumo, siamo intossicati. E intossichiamo chi ci sta intorno.

Ho iniziato a notare le persone che sentono il bisogno di controllare sempre la posta elettronica o i loro messaggi per sentirsi come se fossero dipendenti validi e produttivi. Non importa se sono al recital per violino dei loro figli, o in macchina al semaforo, o a letto a mezzanotte di sabato. Hanno la sensazione di dover essere sempre coinvolti in ogni informazione che viene lanciata, altrimenti in qualche modo falliscono. Ho notato amici che non riescono più a guardare film interi (o anche episodi di un programma televisivo) senza tirare fuori il loro telefono più volte durante la visione. Persone che non riescono a fare un pasto senza mettere il telefono vicino al piatto. Sta accadendo dappertutto e sta diventando quindi la norma sociale. L’attenzione erosa sta diventando l’attenzione normale, socialmente accettabile, e stiamo tutti pagando per questo.

Ho sempre il mio telefono con me e se mi sposto, anche per cambiare stanza, lo infilo in tasca. Quando ho 30 secondi, lo sfilo dalla tasca e scorro la lista dei feed o apro Gmail. Evito di polliciare sul display durante una conversazione, ma mi è capitato di farlo durante discussioni con più persone, durante una riunione o in pubblico. In quei momenti, la mia attenzione è molto vicina allo zero.

Ora mi sento una persona orribile.

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Vai avanti e leggi

Leggo oramai quasi esclusivamente su Kindle. Per una serie di motivi in verità, primo tra tutti per la retroilluminazione: non do fastidio a compagna e figlia quando siamo a letto – e leggo quasi esclusivamente a letto. Ma leggo sul Kindle anche per un altro motivo pratico: ho il mio font preferito, la mia spaziatura preferita, il mio margine preferito. Customizzare il modo in cui leggo un libro è la cosa che adoro di più della lettura di un ebook, sia per una questione di comodità che per una mera questione di praticità: se leggo libri impaginati sempre allo stesso modo, con lo stesso font e con le stesse dimensioni, gioco forza sarò più veloce e leggerò più libri in meno tempo – e sì che il tempo per leggere è sempre meno.

Non detesto la lettura di un libro cartaceo (il possesso, le pagine, l’odore e bla bla), ma mi rendo conto è scomoda, che abituarmi ogni volta ad una tipografia differente mi infastidisce e mi frena. E io quando leggo qualcosa che mi appassiona non voglio essere frenato.

Compro comunque in formato cartaceo i libri che mi piacciono di più – lo ammetto, alla fine li ricompro quasi tutti.

Qualche volta ho letto dallo smartphone. Quasi sempre per proseguire letture già avviate su Kindle quando in assenza del reader, poche volte un libro intero. Non è la modalità migliore di lettura ma trovo comunque agevole aver sempre con sé la propria libreria avendo con sé sempre il proprio smartphone; riconosco però che non ne sono un catechizzatore.

Alejandro Tauber ha invece pubblicato su The Next Web un articolo in cui ne parla con assoluta eccitazione e trovandoci pochissimi limiti, primo tra tutti il possesso. Io ne trovo tanti, è una metodica che non riuscirei mai a rendere prioritaria ma condivido abbracciandone lo spirito.

Nothing is stopping you! Go forth and read.

Acqua e vento, Facebook

C’era un amico che in maniera goliardica quando si congedava salutava con un malaugurante «acqua e vento!»: invece di augurare buona giornata o buona salute, lui si accomiatava auspicando tempesta. Acqua e vento!, e andava via.

Mi è venuto in mente quando, qualche giorno fa, ho letto della violazione di dati per oltre 50 milioni di utenti da parte di hacker a causa di una vulnerabilità di Facebook. Ho ricordato il suo modo di abbandonare la scena, il suo chiudersi la porta alle spalle e augurare allegramente il peggio: acqua e vento!, Facebook. Perché è la goccia, come si dice, quella che il vaso lo ha fatto traboccare. È l’incentivo definitivo alla cancellazione del mio account. Facebook non ritiene una priorità gestire i miei dati né proteggere la mia privacy. Quindi addio, adieu, adiós, wather and wind!

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Mi vendo la privacy che non ho

Dare la colpa a Google è una soluzione di comodo. Ci permette di prendere di mira un nemico che sembra degno di essere combattuto. Ma il nemico di questa invasione della privacy dei dati non è il cattivo di un fumetto che possiamo affrontare, mettere in difficoltà e sconfiggere. È una creatura oscura e indefinibile, un mormorio spaventoso e lovecraftiano, impossibile da vedere, tantomeno da toccare e sconfiggere. […] Se non sono i siti web, saranno i prodotti farmaceutici. Se non sono i dati di localizzazione, saranno i beni consumati in famiglia. Se non sono i like e le condivisioni, saranno i rendiconti bancari e i dati demografici. I nostri dati sono ovunque, e da nessuna parte, ed è impossibile sfuggire a loro e alle loro conseguenze.

I nostri dati sono ovunque. Possiamo limitarne l’accesso, ma non smetteremo di usare Google, né Facebook, né il web. È una battaglia impari e già persa, scrive Ian Bogost.

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I siti web non servono a niente

Non sono ammattito. Dico sul serio: i siti web di presentazione, così come li incrociamo molto spesso online, non servono a nulla. Anzi, aggiungo: arrecano solo danni all’azienda che presentano.

Siamo abituati a sentirci dire che il sito è una vetrina online, un riferimento web per proporre la propria azienda, esporre le soluzioni che adotta e racimolare contatti. Più o meno complessi rispetto a questa definizione, buona parte dei siti delle aziende italiane è realizzato utilizzando questo comune paradigma: pagina descrittiva dei tenutari, pagina con la descrizione dei servizi offerti o dei prodotti realizzati, pagina con le informazioni di contatto. Inutile per i potenziali clienti, nocivo per la reputazione dei proprietari, inadatto all’epoca in cui viviamo.

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Apple non è un dogma, ditelo a quelli

Ho amato i dispositivi Apple. Ne ho adorato follemente i sistemi operativi. Ho posseduto i primi tre iPhone disponibili sul mercato italiano e diversi Mac (mobili e desktop) per 9 anni. Poi basta. Dal 2012 utilizzo devices Android: il mio primo smartphone Google è stato un Galaxy Nexus. Dal luglio 2016 ho un notebook con Windows 10, un Surface Pro 4 di Microsoft. Ricordo le date degli switch, come i fumatori incalliti ricordano il giorno dell’ultima sigaretta. Ne ricordo le riflessioni che maturarono le decisioni e, non lo nascondo, le ansie per il salto verso l’ignoto. Ricordo, infine, il sospiro di sollievo e la soddisfazione per la scelta. Uscire dalla zona di confort, seppur informatica, procura sempre una certa ambascia.

La motivazione principale che mi ha spinto, ogni volta, verso qualcosa di diverso da Apple è stata anzitutto la curiosità. Google prima, Microsoft poi, introdussero innovazioni ai propri sistemi che la Apple, al confronto, ti faceva sentire come a cena con la zia zitella. Bored. Tutto piatto, statico, lento, sia dal punto di vista hardware che, soprattutto, software. Ognuno a priorio modo, ognuno con i propri errori, hanno saputo offrire quella freschezza tecnica, estetica e funzionale che in iOS (nel 2012) e in Mac OS X (un anno e mezzo fa) avevano ucciso. I dettagli sarebbero da discutere singolarmente ma, in entrambi i casi, sono convinto di aver scelto quello che, in quel momento, era il miglior sistema che poteva venirmi offerto per il tipo di utilizzo che ne facevo.

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