Acqua e vento, Facebook

C’era un amico che in maniera goliardica quando si congedava salutava con un malaugurante «acqua e vento!»: invece di augurare buona giornata o buona salute, lui si accomiatava auspicando tempesta. Acqua e vento!, e andava via.

Mi è venuto in mente quando, qualche giorno fa, ho letto della violazione di dati per oltre 50 milioni di utenti da parte di hacker a causa di una vulnerabilità di Facebook. Ho ricordato il suo modo di abbandonare la scena, il suo chiudersi la porta alle spalle e augurare allegramente il peggio: acqua e vento!, Facebook. Perché è la goccia, come si dice, quella che il vaso lo ha fatto traboccare. È l’incentivo definitivo alla cancellazione del mio account. Facebook non ritiene una priorità gestire i miei dati né proteggere la mia privacy. Quindi addio, adieu, adiós, wather and wind!

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Mi vendo la privacy che non ho

Dare la colpa a Google è una soluzione di comodo. Ci permette di prendere di mira un nemico che sembra degno di essere combattuto. Ma il nemico di questa invasione della privacy dei dati non è il cattivo di un fumetto che possiamo affrontare, mettere in difficoltà e sconfiggere. È una creatura oscura e indefinibile, un mormorio spaventoso e lovecraftiano, impossibile da vedere, tantomeno da toccare e sconfiggere. […] Se non sono i siti web, saranno i prodotti farmaceutici. Se non sono i dati di localizzazione, saranno i beni consumati in famiglia. Se non sono i like e le condivisioni, saranno i rendiconti bancari e i dati demografici. I nostri dati sono ovunque, e da nessuna parte, ed è impossibile sfuggire a loro e alle loro conseguenze.

I nostri dati sono ovunque. Possiamo limitarne l’accesso, ma non smetteremo di usare Google, né Facebook, né il web. È una battaglia impari e già persa, scrive Ian Bogost.

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I siti web non servono a niente

Non sono ammattito. Dico sul serio: i siti web di presentazione, così come li incrociamo molto spesso online, non servono a nulla. Anzi, aggiungo: arrecano solo danni all’azienda che presentano.

Siamo abituati a sentirci dire che il sito è una vetrina online, un riferimento web per proporre la propria azienda, esporre le soluzioni che adotta e racimolare contatti. Più o meno complessi rispetto a questa definizione, buona parte dei siti delle aziende italiane è realizzato utilizzando questo comune paradigma: pagina descrittiva dei tenutari, pagina con la descrizione dei servizi offerti o dei prodotti realizzati, pagina con le informazioni di contatto. Inutile per i potenziali clienti, nocivo per la reputazione dei proprietari, inadatto all’epoca in cui viviamo.

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Apple non è un dogma, ditelo a quelli

Ho amato i dispositivi Apple. Ne ho adorato follemente i sistemi operativi. Ho posseduto i primi tre iPhone disponibili sul mercato italiano e diversi Mac (mobili e desktop) per 9 anni. Poi basta. Dal 2012 utilizzo devices Android: il mio primo smartphone Google è stato un Galaxy Nexus. Dal luglio 2016 ho un notebook con Windows 10, un Surface Pro 4 di Microsoft. Ricordo le date degli switch, come i fumatori incalliti ricordano il giorno dell’ultima sigaretta. Ne ricordo le riflessioni che maturarono le decisioni e, non lo nascondo, le ansie per il salto verso l’ignoto. Ricordo, infine, il sospiro di sollievo e la soddisfazione per la scelta. Uscire dalla zona di confort, seppur informatica, procura sempre una certa ambascia.

La motivazione principale che mi ha spinto, ogni volta, verso qualcosa di diverso da Apple è stata anzitutto la curiosità. Google prima, Microsoft poi, introdussero innovazioni ai propri sistemi che la Apple, al confronto, ti faceva sentire come a cena con la zia zitella. Bored. Tutto piatto, statico, lento, sia dal punto di vista hardware che, soprattutto, software. Ognuno a priorio modo, ognuno con i propri errori, hanno saputo offrire quella freschezza tecnica, estetica e funzionale che in iOS (nel 2012) e in Mac OS X (un anno e mezzo fa) avevano ucciso. I dettagli sarebbero da discutere singolarmente ma, in entrambi i casi, sono convinto di aver scelto quello che, in quel momento, era il miglior sistema che poteva venirmi offerto per il tipo di utilizzo che ne facevo.

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Samsung S8, the standard for smartphones in 2017

Samsung’s flagship Galaxy Android handsets set the standard for smartphones in 2017. It may have not been the first phone with a nearly borderless screen, but the Galaxy S8’s exquisitely curved display certainly made it the among most attractive phones of the year. Not to mention its eye-popping OLED display, which for a long time was the best you could ask for on a phone. Samsung also made an effort to simplify the phone’s software, cutting a lot of the extraneous features that made its older phones feel clunky.

Il Time nomina il Samsung Galaxy S8 al quinto posto nella top ten dei gadgets del 2017. I motivi: design, display e software.

Sono stato un utente “stock” di Android per diversi anni, lo smartphone per il sottoscritto era il Nexus. Nient’altro. Poi l’infatuazione la scorsa estate, la prova e la conferma. Samsung ha fatto un lavoro eccellente e, ancora dopo diversi mesi, senza concreti rivali – certo: gli ultrà, i religiosi e i fan che non saranno d’accordo, ma proviamo ad essere oggettivi.

Ha i suoi limiti, su tutto la delicatezza estrema del display, i tempi pachidermici per gli aggiornamenti e la necessità di personalizzazione via launcher se si vuole ricreare un ambiente Google-like.

Compromessi che ne valgono la pena.

Quanto ci costa una ricerca su Google

L’Ufficio parlamentare di bilancio italiano, ha calcolato che Google nel 2015 ha fatturato 637 milioni di euro da clienti italiani che hanno pagato per la sua pubblicità. Di questi, 67 milioni sono stati fatturati da Google Italia, mentre altri 570 sono stati fatturati da Google Ireland, la società madre di tutte le operazioni di Google in Europa. […]

Questa divisione tra Google Italia e Google Ireland è soltanto un aspetto del complesso sistema utilizzato da Google per risparmiare sulle tasse. Il primo passaggio, come abbiamo visto, è mantenere basso il fatturato della società che ha sede nel paese ad alta tassazione (Google Italia, in questo caso) e di riversare invece ricavi e profitti nella società che si trova nel paese a bassa tassazione (Irlanda). Google Ireland versa a sua volta buona parte degli incassi alla holding di Google nei Paesi Bassi che, in un’ennesimo passaggio, li versa a sua volta a Google Ireland Holding, che possiede il diritto esclusivo dell’uso del marchio Google in tutti i paesi esclusi gli Stati Uniti.

Questo schema, in cui il denaro passa dall’Irlanda ai Paesi Bassi e poi di nuovo all’Irlanda, viene chiamato in gergo “Double Irish Dutch Sandwich”, cioè “panino all’irlandese con ripieno olandese” e serve a sfruttare i cavilli della legislazione fiscale irlandese per risparmiare ulteriormente sulla tassazione (Google non è l’unica società a utilizzare questo sistema). Al panino andrebbe comunque aggiunto anche un ulteriore contorno, visto che gli utili prodotti da Google Ireland Holding non sono tenuti nel paese ma vengono spostati in una società di Google con sede alle Bermuda, che è un vero e proprio paradiso fiscale, dove vengono “parcheggiati” sostanzialmente gratis (nelle Bermuda non si pagano tasse sugli utili). Nel 2014, grazie a questo schema, Google ha portato nelle Bermuda circa 10,7 miliardi di euro di profitti raccolti in Europa. Si calcola che nel 2015 Google abbia pagato il 6 per cento di tasse sui suoi ricavi in Europa, cioè un quarto dell’imposta media sui ricavi pagata dalle società europee che non riescono a praticare vasti schemi di elusione.

Si discute di nuovo di una tassa per i servizi web da applicare Google, Facebook, Amazon e giganteria simile, aziende che eludono il fisco italiano per centinaia di milioni d’euro l’anno, pagando le tasse in Paesi a bassa pressione fiscale pur vendendo in Italia. Ne parla Il Post, non bene.

I servizi di Google in Italia valgono oltre mezzo miliardo d’euro, cifre sulle quali l’azienda non sborsa che qualche spicciolo in tasse e solo su una parte minima del ricavo. Numeri e metodi impressionanti.

Il web non è Chrome, il web non era Internet Explorer

Thank God they’re over. In 2017, with open standards, there’s literally no reason for proprietary lock-ins, where websites only work on certain browsers and on certain operating systems. This is good because monopolies are almost never good for the end-user. Competition is what makes the web so vibrant and exciting.

Sembra banale, ma pare sia diventato necessario ripeterselo perché alcune piattaforme hanno porzioni dei loro siti non compatibili con browser che non siano Chrome.

Ad un utente che non riusciva a completare una prenotazione con una vecchia versione di Safari, invece che suggerire un aggiornamento del browser, l’help di Airbnb ha consigliato di scaricare Chrome. Jeffrey Yasskin, membro del team di Chrome, ha suggerito che no, per favore no. Poi in Airbnb hanno minimizzato: il sito funziona con tutti i browser, dicono.

Credo che tutto sommato se cose del genere succedono è anche responsabilità di Google Chrome che aggiunge API personalizzate che fanno gola agli sviluppatori e non rispettano gli standard. L’HTML 5 ha oggi tutte le potenzialità per rendere compatibili su tutti i browser le funzionalità di una piattaforma come quella di Airbnb. Per favore, non fateci rimpiangere Internet Explorer 6.

Dio vede, provvede e sfrutta i big data

Un algoritmo avanzato e settato sulle problematiche amorose potrebbe risparmiarci scelte superficiali, e suggerirci chi è la persona che ci renderà felici. Potremmo fare a meno degli appuntamenti sgradevoli, e sposare direttamente la persona che ci suggerisce il Tinder del futuro. Perché affidarci alla nostra memoria difettosa e ai nostri preconcetti quando possiamo votare in base a cosa abbiamo provato nei momenti importanti dell’ultimo decennio?

Se c’è una cosa che accomuna tutti gli essere umani è la nostra incurabile limitatezza. Ma se un algoritmo dovesse conoscerci meglio di noi stessi, suggerirci decisioni o prenderle per nostro conto, memorizzare e analizzare la nostra vita per trarre calcolate conclusioni nei momenti più importanti? Ne parla Paolo Mossetti su Le macchine volanti.

Dare un nome preciso a questa nuova religione è complicato, ma lo scrittore e storico Yohan Harari ci ha provato e l’ha chiamata “datismo”, il cui dogma si può riassumere così: tutto ciò di cui abbiamo bisogno sono le informazioni che provengono dai dati. Ma questi dati non possono essere interpretati dall’intelligenza umana, perché la loro quantità è troppo grande. Ecco che allora intervengono gli algoritmi, prodotti e gestiti dai colossi tecnologici, che ne estraggono i tratti salienti e costruiscono su di essi una nuova conoscenza, una nuova politica, una nuova esistenza.

Non bastavano le religioni ufficialmente o meno riconosciute, qualche impallinato in California ne sta immaginando di nuove basate su algoritmi capaci di estrarre informazioni dall’enorme mole di dati che produciamo quotidianamente. Un dio che vede e provvede, come quell’altro ma dal vero, senza dogmi se non i sorgenti che lo tengono in vita e i metodi con cui gestisce la nostra privacy. Uno scenario inquietante e non impensabile. Gli algoritmi oppio dei popoli.