Fare tardi, un problema che sembra un merito

Crearts chiude alle 18. Non è un ammonimento ai clienti poco tempestivi, né un manifesto di scarsa produttività: l’agenzia ha deciso di chiudere alle 18 perché prima del lavoro, prima dei progetti e delle attività da svolgere, c’è tanto del resto.

Non abbiamo molte regole né consuetudini troppo rigide. A dire il vero, nemmeno questa abitudine riusciamo a rispettare fedelmente: ci piace essere disponibili, via cellulare o e-mail, anche dopo l’orario di attivazione della segreteria telefonica. Ma quello della chiusura è un cardine: il congiungimento di ogni singolarità con l’eccezionalità della propria personalissima vita privata. Con la famiglia, con le passioni, con gli hobby, con l’ozio. Crearts chiude alle 18 perché se chiudessimo più tardi non ne resterebbe abbastanza per sentirne la mancanza.

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Confessioni di un ladro di skills

Sono stato fortunato, lo confesso. Nella mia carriera ho avuto sorte favorevole quando, oramai oltre 15 anni fa, conobbi la figura professionalmente (e fisicamente) ingombrante di Yuri.

Yuri è uno sviluppatore web e sistemista di origine ucraina. Lavoravamo per la stessa azienda: lui da remoto, dalla sua casa nei dintorni di Kiev, uno smart worker ante litteram; io raggiungevo l’ufficio tutti i giorni, qui in Italia, nella calante provincia casertana. Per il sottoscritto era un riferimento, un orientamento. Era uno specialista, come si dice. Io, invece, un giovane studente informatico, appassionato e parzialmente nerd, con un contratto da stagista da meno di 400 € al mese, interessato ad imparare. Non c’era storia e – spoiler! – non c’è mai stata.

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Il silenzio degli indisponibili

Il mondo del business è una giungla, va bene. Tutti abbiamo progetti e committenze di varia origine da gestire, svariate priorità e urgenze da soddisfare, decine di relazioni da sostenere e centinaia di notifiche giornaliere da fronteggiare, d’accordo. Ogni mattina la tastiera è un machete e le comunicazioni a cui dare seguito sono arbusti di un sottobosco da cui non sappiamo se per fine giornata ne usciremo vivi, concordo. Però non esageriamo, un minuto per rispondere a quel messaggio lo si trova.

Perché devo ammetterlo: esiste un solo genere di partner con il quale non riesco a tessere rapporto, con il quale non sono capace di vincolare fiducia personale né professionale: quello che dribbla coerentemente telefonate, email e messaggi, mancando puntualmente di rispondere e lasciando in sospeso richieste, decisioni e appuntamenti. L’indisponibile, quello che nella giungla si nasconde dietro grovigli di liane e finge di non vederti arrivare.

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Contro il logorio dell’urgenza moderna

Uno dei termini che con maggior frequenza è presente nelle prime righe delle email che ricevo, soprattutto nelle comunicazioni che arrivano per l’IT, è “urgente”: c’è da fare una modifica urgente, bisogna preparare un documento urgente, inviare una mail urgente, definire una stima urgente, completare una porzione del software urgente e così via, incasellando urgenze dietro altre. Una maledizione.

Le urgenze dei nostri committenti però non sempre corrispondono alle nostre. Se per un cliente una cosa è urgente per noi vuol dire: fermiamo tutto ed occupiamocene. Poi, una volta completato il task, quell’attività smarrisce la priorità embrionale e agli occhi di chi l’ha richiesta perde quella necessità vitale che ci aveva trasferito. Non è più urgente, ma intanto grazie.

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Consulenza, comunicazione ed empatia

Se provassi per gioco a determinare un valore che identifica l’immagine di Crearts agli occhi dei nostri clienti, credo di potermi sbilanciare confermando che quello che ci rende unici ed individuabili sia la nostra empatia. La nostra agenzia riesce, senza particolari sforzi né artificiosità, ad entrare in simbiosi con i business dei nostri partner, ad esserne partecipi, a cucire una relazione sana e pura capace di aggiungere valore alle professionalità, alle puntualità, alle creatività. Ci identifichiamo negli obiettivi e nelle strategie, negli approcci e nei valori: diventiamo i nostri clienti.

Questo non è necessariamente un pregio, può avere le sue ripercussioni negative, ma evidentemente il sistema genuino attraverso il quale nascono, si rafforzano e si sviluppano le nostre relazioni, mediante il quale partecipiamo alla crescita – non solo comunicativa – dei clienti con i quali scegliamo di percorrere strade comuni, ci rende diversi dalle altre agenzie e, per fortuna nostra e dei nostri clienti, migliori.

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I siti web non servono a niente

Non sono ammattito. Dico sul serio: i siti web di presentazione, così come li incrociamo molto spesso online, non servono a nulla. Anzi, aggiungo: arrecano solo danni all’azienda che presentano.

Siamo abituati a sentirci dire che il sito è una vetrina online, un riferimento web per proporre la propria azienda, esporre le soluzioni che adotta e racimolare contatti. Più o meno complessi rispetto a questa definizione, buona parte dei siti delle aziende italiane è realizzato utilizzando questo comune paradigma: pagina descrittiva dei tenutari, pagina con la descrizione dei servizi offerti o dei prodotti realizzati, pagina con le informazioni di contatto. Inutile per i potenziali clienti, nocivo per la reputazione dei proprietari, inadatto all’epoca in cui viviamo.

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Apple non è un dogma, ditelo a quelli

Ho amato i dispositivi Apple. Ne ho adorato follemente i sistemi operativi. Ho posseduto i primi tre iPhone disponibili sul mercato italiano e diversi Mac (mobili e desktop) per 9 anni. Poi basta. Dal 2012 utilizzo devices Android: il mio primo smartphone Google è stato un Galaxy Nexus. Dal luglio 2016 ho un notebook con Windows 10, un Surface Pro 4 di Microsoft. Ricordo le date degli switch, come i fumatori incalliti ricordano il giorno dell’ultima sigaretta. Ne ricordo le riflessioni che maturarono le decisioni e, non lo nascondo, le ansie per il salto verso l’ignoto. Ricordo, infine, il sospiro di sollievo e la soddisfazione per la scelta. Uscire dalla zona di confort, seppur informatica, procura sempre una certa ambascia.

La motivazione principale che mi ha spinto, ogni volta, verso qualcosa di diverso da Apple è stata anzitutto la curiosità. Google prima, Microsoft poi, introdussero innovazioni ai propri sistemi che la Apple, al confronto, ti faceva sentire come a cena con la zia zitella. Bored. Tutto piatto, statico, lento, sia dal punto di vista hardware che, soprattutto, software. Ognuno a priorio modo, ognuno con i propri errori, hanno saputo offrire quella freschezza tecnica, estetica e funzionale che in iOS (nel 2012) e in Mac OS X (un anno e mezzo fa) avevano ucciso. I dettagli sarebbero da discutere singolarmente ma, in entrambi i casi, sono convinto di aver scelto quello che, in quel momento, era il miglior sistema che poteva venirmi offerto per il tipo di utilizzo che ne facevo.

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