Che è una meraviglia

Non pubblico spesso. Non perché non mi piaccia farlo o perché non ne abbia voglia. Non lo faccio perché pubblicare due righe, anche solo due righe, è faticoso in termini di produttività. Significa che ho assorbito una riflessione, che ho maturato il modo di comunicarla e soprattutto che ho avuto – durante interminabili giornate dove lavoro e vita si intrecciano senza requie – il tempo per sintetizzarla, scriverla e rifinirla. A prescindere dai numeri, da chi lo leggerà o dalla validità del messaggio: pubblicare un post è impegnativo. Ma proprio perché oneroso in termini di impegno quotidiano, è una cosa che trovo di una soddisfazione inesprimibile. È una promessa facile da mancare, ma se mantenuta, appaga che è una meraviglia.

Questo mio piccolo piacere Tobias Van Schneider lo ha esteso, sviluppando anche motivazioni più pratiche relative alla proprietà dei contenuti, al miglioramento del proprio lavoro e all’immagine che si dà di se stessi, in questa lettera d’amore al proprio sito web. Ne vale la pena.

Essere proprietario del mio sito web significa che mi preoccupo di quello che faccio oltre a timbrare il cartellino o incassare la busta paga. Dimostra che sono orgoglioso di quello che creo. Se i miei gusti o il mio lavoro o il settore evolve, ho il potere di rifletterlo sul mio portfolio. Se lancio un nuovo progetto, il mio primo pensiero è quello di pubblicarlo nella mia homepage. Con questo blog, posso scrivere articoli che si riconnettono direttamente a me e al mio sito. I social media sono un bel modo per estendere la reach, ma tutto punta a vanschneider.com. È l’unico link che do alle persone che chiedono di me e del mio lavoro, invece dell’URL di una piattaforma o di un social media che non possiedo. Il mio sito è il piccolo posto che ho scavato per me stesso sul world wide web. È mio.

Lo vedo che sei in casa

Al di là delle miriadi di modi in cui può essere usata, la condivisione della posizione è, essenzialmente, un gesto di fiducia e intimità. Questo non significa che quanti non permettono ai loro amici di tracciarli non si fidino di loro, ma per alcuni vedere i pallini luminosi dei propri amici brillare in una mappa tascabile, mentre si muovono nel mondo, fornisce un senso d’interconnessione che rende la perdita di privacy un prezzo accettabile.

Sempre più persone usano applicazioni per condividere la propria posizione in maniera continuata con una ristretta cerchia di amici o con la famiglia.

Le nostre sono generazioni a cui piace complicarsi enormemente vita e relazioni sociali. Siamo stupidi, ansiosi e tormentati. Non giriamoci intorno.

Mentalità scientifica

[…] educazione scientifica non significa solo fornire contenuti nozionistici, ma dovrebbe soprattutto significare insegnamento del metodo scientifico e sviluppo di una mentalità scientifica. In questo senso dunque l’insegnamento delle scienze va inteso come uno straordinario strumento di educazione civica.

Il metodo scientifico consiste innanzi tutto nel prendere atto dei fatti, umilmente e senza alcun pregiudizio ideologico. E anche se i fatti possono contrastare con le nostre idee pregresse, sono queste ultime a dover essere messe in discussione, non i fatti. Appare evidente che questa abitudine mentale dovrebbe essere alla base anche di ogni rapporto sociale. Se ci pensiamo un attimo, tutte le grandi tragedie sociali (guerre, razzismo, sfruttamento dei popoli, ecc.) derivano proprio da una mancata accettazione dei fatti e da un predominio assoluto di pregiudizi, privi di ogni evidenza fattuale. Purtroppo la manipolazione e, nei casi più gravi, la falsificazione dei fatti sono all’ordine del giorno in ambito politico. E la situazione è particolarmente grave nel nostro paese. Se vi fosse maggiore diffusione della mentalità scientifica, sicuramente sarebbe molto più difficile per chi detiene il potere manipolare i fatti e la loro percezione da parte dei cittadini.

Altre fondamentali caratteristiche della scienza sono il rifiuto di ogni principio di autorità, la libera circolazione delle idee, la disponibilità al confronto e all’accettazione delle critiche. […]

La cultura scientifica è inoltre accessibile a chiunque, purché disposto ad affrontare l’impegno necessario per acquisirla. […]

Infine, un’ulteriore caratteristica della scienza è la sua straordinaria capacità autocorrettiva che ne determina una continua evoluzione.

La scienza come educazione civica. Idee per l’approccio al metodo scientifico e al senso critico in ambito educativo. Un vecchio ma attualissimo articolo pubblicato su un numero di Query del 2012 e poi sul sito del CICAP.

Photo by David Clode on Unsplash

Tutto per tutti

Senza Android, gli smartphone avrebbero potuto rimanere com’erano quando (Jobs) era in vita: una tecnologia straordinaria limitata principalmente alle parti relativamente ricche del globo, come lo era stato il PC prima. Invece, lo smartphone rappresenta una nuova branca dell’evoluzione tecnologica, la forza trainante che sta portando il resto del mondo online.

Senza Google, Samsung e i produttori cinesi, spiega Bloomberg, lo smartphone non si sarebbe diffuso come è poi avvenuto. Sarebbe stato un oggetto ricco, diffuso in Occidente e utilizzato solo da chi poteva permettersi un iPhone – il primo vero smartphone, come lo intendiamo oggi, sul mercato. Senza la diffusione di Android, tanti servizi, tante tecnologie e tante innovazioni che conosciamo e diamo per scontate, probabilmente non avrebbero avuto linfa per nascere o crescere. Senza gli smartphone di fascia bassa (con tutti i limiti, le mancanze e le insicurezze che hanno, sia chiaro), una enorme fetta della popolazione mondiale non avrebbe avuto accesso a Internet e non avrebbe usufruito dei migliaia di servizi oggi disponibili a tutti.

L’iPhone fu presentato da Jobs come «un prodotto rivoluzionario che cambia tutto». È stato vero. Ma la tesi di Boolmberg è condivisibile: Android ha cambiato tutto per tutti.

Tra gioco e autorità

Non lo so se è un difetto o un pregio, questa cosa che mi entusiasmo con dei nuovi flussi di lavoro e che, dopo un po’, mi rendo poi conto che la via vecchia era migliore della nuova. È successo qualche mese fa con Microsoft To-Do.

Ero in scadenza di abbonamento con Todoist e contemporaneamente l’applicazione di Microsoft dava segnali di miglioramenti graduali e incoraggianti: nel giro di pochi giorni ho quindi fatto lo switch da un’applicazione all’altra, cinicamente, senza voltarmi a guardare indietro. Ne ero entusiasta, lo ammetto.

L’infatuazione è durata un paio di settimane: ammetto anche questo. Sono poi tornato ad usare Todoist per la gestione delle mie attività quotidiane. Non c’è storia.

I motivi fondamentali che avvantaggiano ancora oggi Todoist, per il sottoscritto ovviamente, sono:

  • il riconoscimento delle date di scadenza con linguaggio naturale;
  • l’assegnazione di progetto, label e priorità durante la scrittura di un task, senza staccare le mani dalla tastiera;
  • le API e le integrazioni con app di terze parti;
  • il markdown per la scrittura di attività e di commenti;
  • le componenti aggiuntive per Firefox e i Chromium-like browser;
  • l’assenza dell’invasività di Microsoft nella mia vita digitale.

Qualche giorno fa To-Do è stata ancora pesantemente aggiornata da Microsoft, rendendola esteticamente molto simile alla compianta Wunderlist (che, tra l’altro, il founder rivorrebbe indietro), acquistata nel 2015. L’avanzamento è palese, è evidente che ci stiano scommettendo. Ancora una volta mi è venuto il tarlo di provarla, d’altronde anche Todoist non è perfetta.

Ma siamo ancora su due livelli differenti. Una è un gioco, l’altra un’autorità.

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Tutt’altro che wow

Un numero, una frase. Il concetto espresso fin’ora da Apple nelle sue presentazioni, dal punto di vista della comunicabilità dei contenuti delle slides, era banale: pochi contenuti – o addirittura un solo numero – per diapositiva.

Durante l’ultimo evento, invece, la vecchia modalità di presentazione – e la conseguente facilità di lettura delle informazioni – è stata sostituita da una (disordinata?) dashboard riepilogativa.

Tante informazioni in un’unica immagine rappresentativa del prodotto: tutte le feature più importati, tante parole, molti simboli, troppi colori. Slide ricche di contenuti ma, evidentemente, povere di notizie.

Tutt’altro che wow!

Paranoia capitalizzata

Quando un vicino pubblica un individuo sospetto che ha attraversato il prato davanti casa, il sistema gli consente, in quel preciso momento, di condividerlo in tempo reale con chiunque stia guardando. Ora tutti nella comunità vengono avvisati di una persona sospetta.

Ring, l’azienda che produce il campanello elettronico di proprietà di Amazon, sta stringendo accordi con le forze di polizia locali in USA, ma solo su base volontaria degli utenti, per la condivisione con le forze dell’ordine delle immagini rubate dall’alto dello zerbino sull’uscio. I poliziotti non possono vedere dalle telecamere in diretta, ma l’azienda si riserva di non rimuovere i video (anche se l’utente li pensa cancellati) se possono tornare utili in qualche indagine. La polizia ne incoraggia l’utilizzo e, talvolta è capitato, regala i dispositivi per incentivarne l’uso e la condivisione.

La cosa più inquietante è però Neighbors, il social network interno dove i clienti di Ring possono condividere i video registrati, segnalare i “sospetti” e commentare i video degli altri utenti.

Amazon ha inoltre ottenuto per Ring il brevetto per il riconoscimento facciale: il sistema imparerà da solo a riconoscere i sospetti e a segnalarli alla comunità.

Da quando si è diffuso, la gente nota più crimine. Ma il crimine scatena paure, le paure necessitano di sicurezza, e Ring offre sicurezza.

Scacco matto, la paranoia è capitalizzata.

Piccolo piccolo RSS

Non ero mai inciampato nel ricordo dell’uccisione di Google Reader da parte di Google, e da allora sono passati sei anni. Da quel momento ho usato e mi sono adagiato ad usare Feedly per la mia collezione di fonti RSS, senza mai scavarci buche attorno e cercare valide alternative, d’altronde rare come l’oro. Ci ho pensato quando, a fine luglio, in questo post Gustomela ha sottolineato il tempo trascorso dalla scellerata decisione di Google, ha segnalato gli enormi difetti di Feedly relativi all’aggiornamento di fonti meno preziose o popolari (per evidenti motivazioni commerciali) e ha condiviso la sua decisione di utilizzare Inoreader.

Avevo anch’io fatto caso al ritardo della pubblicazione di post provenienti da «fonti sfigate», ma non ne avevo mai fatto una questione. Fino ad allora.

Oggi per avere la velocità e la versatilità di GReader devi pagare un abbonamento. Ci aggiungono mille altre inutilità per far apparire il servizio più appetibile, ma in realtà quello che serve (o insomma, quello che interessa) è l’update in real time, e questo, in maniera completa, ad oggi, non lo offre a costo zero nessuno.

Nell’immediato ho provato a seguirla usando Inoreader, ma pur cambiando la piattaforma e riducendo il gap tra la pubblicazione dei post di blog semi-sconosciuti e l’aggiornamento del mio feed, in quei pochi giorni ho sentito una strana sensazione di angoscia: ho iniziato a percepire che i miei feed, il flusso degli aggiornamenti di blog, magazine o quotidiani che seguo oramai da una vita e che aggiorno e manutengo in maniera sufficientemente scrupolosa, erano in pericolo. Cambiavo le applicazioni, cambiavo la piattaforma, cambiavano i difetti e i miei feed continuavano ad essere gestiti da qualcun altro. Era diventato improvvisamente un problema.

Ma se la scimmia mi diceva che avevo bisogno del pieno controllo delle mie fonti e dei flussi di aggiornamento di post e articoli, scegliere come visualizzarli, archiviarli e backupparli, dovevo assecondarla. E l’unica soluzione era optare per un reader self-hosted. Mamma mia però che sbattimento: no. No dai, grazie. Davvero.

Ma certi tarli, alla fine, non li silenzi facendo finta di niente. E quindi l’ho fatto. Ho installato su un mio server Tiny Tiny RSS, un news feed web-based gratuito e open source. In pochi minuti, senza particolari arzigogoli tecnici e con un po’ di adattamento estetico, qualche plugin aggiuntivo (per ottenere tutto il contenuto di un post automaticamente, o per leggerlo via API) e delle buone app di lettura (Readably su Android, FeedReader su Linux), ho soppresso la mia ansia.

Ora i miei feed sono gestiti su una mia macchina, sicura e backuppata tutti i giorni, in un database facilmente leggibile e condivisibile, senza pubblicità né latenze di aggiornamento.

Rilassato, posso tornare a leggere.

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