La classe della ricreazione

I bambini e le bambine dovrebbero studiare i sistemi e le logiche su cui si baseranno le tecnologie future, e non tanto quelle oggi. Circa la metà dei lavori attuali, soprattutto quelli di routine, verranno eliminati o automatizzati nei prossimi 20 anni: in un mondo che evolve e cambia in maniera così rapida, dovremmo quindi insegnare loro le capacità di imparare, di adattarsi, di progettare, di analizzare, di empatizzare.

Ecco perché dobbiamo prestare attenzione non solo a come i nostri figli lavorano e ottengono risultati accademici, ma anche a come giocano, risolvono i conflitti e fanno sentire gli altri supportati e responsabilizzati. La verità è che il valore si è spostato dalle abilità cognitive alle abilità sociali. Poiché i bambini saranno sempre più in grado di apprendere materie complesse attraverso la tecnologia, la classe più importante potrebbe essere la ricreazione.

— Adopting a changemaker mindset, Greg Satell

Da esperienze personali che, sia chiaro, non fanno statistica, rilevo che la scuola riesce a malapena, e con scarso risultato, a comprendere e gestire lo stato d’animo di una bambina o di un bambino: figurarsi insegnare l’empatia.

Abbiamo un serio problema con la ricreazione.

Nient’altro che bambini

Molto bambini indiani, sin da piccoli o da molto piccoli, vengono iscritti a corsi di coding e producono da soli i propri videogiochi. Gli viene insegnato l’approccio digitale, facilitato con elementi grafici, sviluppando una comprensione critica e non passiva delle tecnologie. Giocano producendo software, facendo sfide in Phyton o puzzle game in linguaggi di sistema: vengono introdotti al pensiero logico e alla risoluzione dei problemi. Ne scrive Quartz.

Non crediamo che ogni bambino che si iscrive in queste classi sia un futuro ingegnere del software. Potrebbero essere un artista, un dottore, un pittore o un insegnante, ma quello che crediamo è che la codifica e il pensiero computazionale li aiuteranno a eccellere in tutto ciò che fanno in un mondo digitalmente connesso.

Bharat Divyang, direttore della ZugZwang Academy

Al di là dell’aspetto razionale che i costrutti logici impongono, scrivere codice risulta un’attività creativa che può potenzialmente aprire le porte ad attività artistiche o scientifiche di qualsiasi livello e tipologia, in particolar modo in un presente dove l’interconnessione tra software, internet e vita quotidiana è sempre più stretta. Lo penso anche io.

Sono decisamente a favore dell’alfabetizzazione informatica, ma sono dell’idea che i bambini piccoli o molto piccoli debbano essere educati senza stress, approcciando alle attività digitali in maniera graduale e senza pressioni.

Mia figlia usa Youtube meglio di mia madre: sa scattare le fotografie col mio smartphone, sfogliare l’album fotografico, scegliere un film su Netflix e riprodurlo in TV attraverso la Chromecast; parla con l’assistente Google, gli chiede se farà bel tempo e gli ordina la musica da ballare. Non è necessariamente un genio, è una bambina esposta sin dalla nascita alla tecnologia: è curiosa e ha registrato mentalmente i nostri swipe, le icone con le quali interagiamo, i nostri comandi vocali. È un’attitudine comune a molti nativi digitali. Ha 3 anni. È un utente passivo?

Per quanto ricostruire Flappy Bird possa essere percepito come un gioco, per adesso preferisco sorseggiare il suo caffè invisibile alla marmellata, aiutarla a frenare in bicicletta e imboccare insieme a cucchiaiate di miele il suo peluche di Winnie the Pooh. Per il coding c’è tempo.

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