Blog significa condividere

Lo stile, la modalità di scrittura, i temi che ho trattato durante gli ultimi più o meno recenti post di questo blog mi hanno costretto a una gabbia dalla quale non mi è facile uscire: mi sono divertito e ancora mi diverte scrivere con un ritmo che canzona la voce parlata1, ma questa forma mi ha portato ad accumulare tante bozze che non ho mai pubblicato e che forse mai pubblicherò a causa del tempo, dell’approfondimento che manca o del disinteresse sovraggiunto.

Ho deciso quindi di segnare un cambio di passo per questo blog.

Questo non significa che pubblicherò di più, o almeno non è detto, né che pubblicherò meglio, e nemmeno questo è detto: significa che tenderò a pubblicare tutti i link, le citazioni, gli spunti che mi trovo ad accumulare nelle mie note e che non ho mai postato, dare un posto al materiale che non avrebbe posto altrimenti e dare più spazio a riflessioni senza i paletti di una forma che, non avendone carattere né peso, mi limita.

Questo significa condividere.


  1. Ispirazione fatta malissimo della scrittura non convenzionale con cui Paolo Nori mi affascina nei suoi libri.

Che è una meraviglia

Non pubblico spesso. Non perché non mi piaccia farlo o perché non ne abbia voglia. Non lo faccio perché pubblicare due righe, anche solo due righe, è faticoso in termini di produttività. Significa che ho assorbito una riflessione, che ho maturato il modo di comunicarla e soprattutto che ho avuto – durante interminabili giornate dove lavoro e vita si intrecciano senza requie – il tempo per sintetizzarla, scriverla e rifinirla. A prescindere dai numeri, da chi lo leggerà o dalla validità del messaggio: pubblicare un post è impegnativo. Ma proprio perché oneroso in termini di impegno quotidiano, è una cosa che trovo di una soddisfazione inesprimibile. È una promessa facile da mancare, ma se mantenuta, appaga che è una meraviglia.

Questo mio piccolo piacere Tobias Van Schneider lo ha esteso, sviluppando anche motivazioni più pratiche relative alla proprietà dei contenuti, al miglioramento del proprio lavoro e all’immagine che si dà di se stessi, in questa lettera d’amore al proprio sito web. Ne vale la pena.

Essere proprietario del mio sito web significa che mi preoccupo di quello che faccio oltre a timbrare il cartellino o incassare la busta paga. Dimostra che sono orgoglioso di quello che creo. Se i miei gusti o il mio lavoro o il settore evolve, ho il potere di rifletterlo sul mio portfolio. Se lancio un nuovo progetto, il mio primo pensiero è quello di pubblicarlo nella mia homepage. Con questo blog, posso scrivere articoli che si riconnettono direttamente a me e al mio sito. I social media sono un bel modo per estendere la reach, ma tutto punta a vanschneider.com. È l’unico link che do alle persone che chiedono di me e del mio lavoro, invece dell’URL di una piattaforma o di un social media che non possiedo. Il mio sito è il piccolo posto che ho scavato per me stesso sul world wide web. È mio.

Personale e partigiano

Benvenuti nel mio ennesimo blog personale. L’ultimo, prima di parirne un altro – ovviamente. È un blog che non ha un tema di defualt, ma tratta il mondo IT, la produttività, il management e tutti gli altri temi che – ogni giorno in ufficio e tutte le sere a letto – tratto, discuto, leggo, studio.

Saranno opinioni personali e partigiane.

Scriverò per me: grazie per leggermi, per la pazienza, per il supporto e benvenuti. Si inizia.