Meglio i caviomorfi

Nel 1954 il ricercatore Muzafer Sheridan condusse un (divenuto poi) famoso esperimento di psicologia sociale: voleva provare il comportamento comunitario di due gruppi, come si formano lealtà e come facilmente si possa trovare un pretesto per litigare.

Durante l’esperimento le animosità sono state innescate e disinnescate per testare la tenuta delle comitive, e si è visto che i conflitti diminuivano solo quando i gruppi erano impegnati su obiettivi che prevedevano sforzi comuni.

Mai prima d’ora è stato così chiaro che il nostro lavoro, il nostro comportamento e il nostro destino sono inestricabilmente legati a coloro che ci circondano. Lavorare insieme per controllare il virus avrebbe dovuto essere l’obiettivo finale condiviso. Eppure, di fronte all’invasione virale, gli americani non potevano accettare di non starnutire l’uno sull’altro. Mentre combatteva la pandemia, l’America è rimasta una delle nazioni più polarizzate del mondo.

Ne parla Dhruv Khullar sul New Yorker.

La polarizzazione negli USA la viviamo evidentemente anche in Italia, seppur con percentuali differenti. Il conflitto pare sia l’unico traguardo possibile per molti utenti dei social network, Twitter in maniera particolare, di tante testate giornalistiche e di organizzazioni criminali. Le bugie, lo strumento per raggiungerlo. Nemmeno un obiettivo così enorme come la fine della pandemia, apparentemente sproporzionato rispetto alle singole esigenze personali di miliardi di persone, ci incentiva a trovare la motivazione comune per impegnarci a conquistarlo attraverso la vaccinazione.

Meglio i caviomorfi che noi.

Dove ci rifuggiremo

Questo articolo di Ian Bogost, tradotto da Internazionale, l’avevo nella lista dei post da leggere su Pocket dallo scorso febbraio 2020. Sono passati quasi due anni, sono riuscito a leggerlo solo di recente: quanto mi sembra antico. L’idea era che grazie allo, o per colpa dello, smartphone, il lavoro ce lo portiamo ovunque, soprattutto a casa: chi lo avrebbe mai immaginato che, nelle settimane immediatamente successive, avremmo lavorato soprattutto da casa.

Il problema dei nostri antenati si è capovolto: la casa è diventata una prigione di comodità da cui possiamo scappare solo se qualcuno ci aiuta a farlo.

La casa era ancora un non luogo, un posto di passaggio dove non vivere la nostra vita, un porto e non la nave. Un rifuggio. Chi ci restava sceglieva di farlo, spesso per rifugiarsi nei milioni di contenuti disponibili online e fruibili tramite i propri dispositivi personali. Poi il Covid-19.

Come diceva Augé, la gente è sempre a casa, e contemporaneamente non c’è mai.

Ora a casa ci lavoriamo. E lavoriamo ovunque.

Un tempo l’espressione “portarsi a casa il lavoro” significava trasportare fisicamente il lavoro dall’ufficio: documenti all’interno della ventiquattr’ore e liste con le telefonate da fare chiusi nello studio. Oggi è solo un modo per indicare un’attività più concettuale e olistica. Grazie ai computer portatili, agli smartphone, alla banda larga, alle applicazioni e ai servizi cloud, chiunque può lavorare in continuazione: mandare email da sotto il tavolo da pranzo, rispondere a messaggi su Slack dopo aver chiuso la portiera dell’auto e prima di aver aperto il portone di casa, analizzare le spese familiari fotografando gli scontrini sul ripiano della cucina.

Per quanto non mi piaccia lavorare da casa, la fortuna è che ci siano stati computer portatili, smartphone, banda larga, applicazioni e servizi cloud. Sarebbe stata una catastrofe, altrimenti.

Ma dove ci rifuggiremo in futuro — pandemie permettendo — per scappare dai nostri impegni?

Combattere il virus combattendo paura e ignoranza

Questo articolo di Gina Kolata è stato tradotto e pubblicato su Internazionale lo scorso maggio 2020. È invecchiato di un anno ma ha anticipato quello che sta accadendo: le persone stanno mettendo personalmente fine alla pandemia, nonostante dal punto di vista medico sia tutt’altro che terminata. Sfiniti e frustrati, ignorano le restrizioni: la Pasqua del 2021, ad esempio, è stata presa decisamente molto più alla leggera della Pasqua del 2020, nonostante le restrizioni siano state sostanzialmente le stesse.

Bisognava combattere ignoranza e paura per combattere il virus. Oggi bisogna combattere ignoranza e paura per favorire i vaccini. Ne usciremo.

Dobbiamo essere pronti a combattere la paura e l’ignoranza con lo stesso impegno con cui combattiamo il virus, altrimenti la paura infliggerà danni enormi alle persone più vulnerabili, anche in luoghi dove non viene registrato nemmeno un caso di contagio. Un’epidemia della paura può avere conseguenze terrificanti, soprattutto se abbinata a problematiche legate alla razza, al privilegio e alla lingua.