Tutto per tutti

Senza Android, gli smartphone avrebbero potuto rimanere com’erano quando (Jobs) era in vita: una tecnologia straordinaria limitata principalmente alle parti relativamente ricche del globo, come lo era stato il PC prima. Invece, lo smartphone rappresenta una nuova branca dell’evoluzione tecnologica, la forza trainante che sta portando il resto del mondo online.

Senza Google, Samsung e i produttori cinesi, spiega Bloomberg, lo smartphone non si sarebbe diffuso come è poi avvenuto. Sarebbe stato un oggetto ricco, diffuso in Occidente e utilizzato solo da chi poteva permettersi un iPhone – il primo vero smartphone, come lo intendiamo oggi, sul mercato. Senza la diffusione di Android, tanti servizi, tante tecnologie e tante innovazioni che conosciamo e diamo per scontate, probabilmente non avrebbero avuto linfa per nascere o crescere. Senza gli smartphone di fascia bassa (con tutti i limiti, le mancanze e le insicurezze che hanno, sia chiaro), una enorme fetta della popolazione mondiale non avrebbe avuto accesso a Internet e non avrebbe usufruito dei migliaia di servizi oggi disponibili a tutti.

L’iPhone fu presentato da Jobs come «un prodotto rivoluzionario che cambia tutto». È stato vero. Ma la tesi di Boolmberg è condivisibile: Android ha cambiato tutto per tutti.

Piccolo piccolo RSS

Non ero mai inciampato nel ricordo dell’uccisione di Google Reader da parte di Google, e da allora sono passati sei anni. Da quel momento ho usato e mi sono adagiato ad usare Feedly per la mia collezione di fonti RSS, senza mai scavarci buche attorno e cercare valide alternative, d’altronde rare come l’oro. Ci ho pensato quando, a fine luglio, in questo post Gustomela ha sottolineato il tempo trascorso dalla scellerata decisione di Google, ha segnalato gli enormi difetti di Feedly relativi all’aggiornamento di fonti meno preziose o popolari (per evidenti motivazioni commerciali) e ha condiviso la sua decisione di utilizzare Inoreader.

Avevo anch’io fatto caso al ritardo della pubblicazione di post provenienti da «fonti sfigate», ma non ne avevo mai fatto una questione. Fino ad allora.

Oggi per avere la velocità e la versatilità di GReader devi pagare un abbonamento. Ci aggiungono mille altre inutilità per far apparire il servizio più appetibile, ma in realtà quello che serve (o insomma, quello che interessa) è l’update in real time, e questo, in maniera completa, ad oggi, non lo offre a costo zero nessuno.

Nell’immediato ho provato a seguirla usando Inoreader, ma pur cambiando la piattaforma e riducendo il gap tra la pubblicazione dei post di blog semi-sconosciuti e l’aggiornamento del mio feed, in quei pochi giorni ho sentito una strana sensazione di angoscia: ho iniziato a percepire che i miei feed, il flusso degli aggiornamenti di blog, magazine o quotidiani che seguo oramai da una vita e che aggiorno e manutengo in maniera sufficientemente scrupolosa, erano in pericolo. Cambiavo le applicazioni, cambiavo la piattaforma, cambiavano i difetti e i miei feed continuavano ad essere gestiti da qualcun altro. Era diventato improvvisamente un problema.

Ma se la scimmia mi diceva che avevo bisogno del pieno controllo delle mie fonti e dei flussi di aggiornamento di post e articoli, scegliere come visualizzarli, archiviarli e backupparli, dovevo assecondarla. E l’unica soluzione era optare per un reader self-hosted. Mamma mia però che sbattimento: no. No dai, grazie. Davvero.

Ma certi tarli, alla fine, non li silenzi facendo finta di niente. E quindi l’ho fatto. Ho installato su un mio server Tiny Tiny RSS, un news feed web-based gratuito e open source. In pochi minuti, senza particolari arzigogoli tecnici e con un po’ di adattamento estetico, qualche plugin aggiuntivo (per ottenere tutto il contenuto di un post automaticamente, o per leggerlo via API) e delle buone app di lettura (Readably su Android, FeedReader su Linux), ho soppresso la mia ansia.

Ora i miei feed sono gestiti su una mia macchina, sicura e backuppata tutti i giorni, in un database facilmente leggibile e condivisibile, senza pubblicità né latenze di aggiornamento.

Rilassato, posso tornare a leggere.

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Mi vendo la privacy che non ho

Dare la colpa a Google è una soluzione di comodo. Ci permette di prendere di mira un nemico che sembra degno di essere combattuto. Ma il nemico di questa invasione della privacy dei dati non è il cattivo di un fumetto che possiamo affrontare, mettere in difficoltà e sconfiggere. È una creatura oscura e indefinibile, un mormorio spaventoso e lovecraftiano, impossibile da vedere, tantomeno da toccare e sconfiggere. […] Se non sono i siti web, saranno i prodotti farmaceutici. Se non sono i dati di localizzazione, saranno i beni consumati in famiglia. Se non sono i like e le condivisioni, saranno i rendiconti bancari e i dati demografici. I nostri dati sono ovunque, e da nessuna parte, ed è impossibile sfuggire a loro e alle loro conseguenze.

I nostri dati sono ovunque. Possiamo limitarne l’accesso, ma non smetteremo di usare Google, né Facebook, né il web. È una battaglia impari e già persa, scrive Ian Bogost.

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Apple non è un dogma, ditelo a quelli

Ho amato i dispositivi Apple. Ne ho adorato follemente i sistemi operativi. Ho posseduto i primi tre iPhone disponibili sul mercato italiano e diversi Mac (mobili e desktop) per 9 anni. Poi basta. Dal 2012 utilizzo devices Android: il mio primo smartphone Google è stato un Galaxy Nexus. Dal luglio 2016 ho un notebook con Windows 10, un Surface Pro 4 di Microsoft. Ricordo le date degli switch, come i fumatori incalliti ricordano il giorno dell’ultima sigaretta. Ne ricordo le riflessioni che maturarono le decisioni e, non lo nascondo, le ansie per il salto verso l’ignoto. Ricordo, infine, il sospiro di sollievo e la soddisfazione per la scelta. Uscire dalla zona di confort, seppur informatica, procura sempre una certa ambascia.

La motivazione principale che mi ha spinto, ogni volta, verso qualcosa di diverso da Apple è stata anzitutto la curiosità. Google prima, Microsoft poi, introdussero innovazioni ai propri sistemi che la Apple, al confronto, ti faceva sentire come a cena con la zia zitella. Bored. Tutto piatto, statico, lento, sia dal punto di vista hardware che, soprattutto, software. Ognuno a priorio modo, ognuno con i propri errori, hanno saputo offrire quella freschezza tecnica, estetica e funzionale che in iOS (nel 2012) e in Mac OS X (un anno e mezzo fa) avevano ucciso. I dettagli sarebbero da discutere singolarmente ma, in entrambi i casi, sono convinto di aver scelto quello che, in quel momento, era il miglior sistema che poteva venirmi offerto per il tipo di utilizzo che ne facevo.

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Quanto ci costa una ricerca su Google

L’Ufficio parlamentare di bilancio italiano, ha calcolato che Google nel 2015 ha fatturato 637 milioni di euro da clienti italiani che hanno pagato per la sua pubblicità. Di questi, 67 milioni sono stati fatturati da Google Italia, mentre altri 570 sono stati fatturati da Google Ireland, la società madre di tutte le operazioni di Google in Europa. […]

Questa divisione tra Google Italia e Google Ireland è soltanto un aspetto del complesso sistema utilizzato da Google per risparmiare sulle tasse. Il primo passaggio, come abbiamo visto, è mantenere basso il fatturato della società che ha sede nel paese ad alta tassazione (Google Italia, in questo caso) e di riversare invece ricavi e profitti nella società che si trova nel paese a bassa tassazione (Irlanda). Google Ireland versa a sua volta buona parte degli incassi alla holding di Google nei Paesi Bassi che, in un’ennesimo passaggio, li versa a sua volta a Google Ireland Holding, che possiede il diritto esclusivo dell’uso del marchio Google in tutti i paesi esclusi gli Stati Uniti.

Questo schema, in cui il denaro passa dall’Irlanda ai Paesi Bassi e poi di nuovo all’Irlanda, viene chiamato in gergo “Double Irish Dutch Sandwich”, cioè “panino all’irlandese con ripieno olandese” e serve a sfruttare i cavilli della legislazione fiscale irlandese per risparmiare ulteriormente sulla tassazione (Google non è l’unica società a utilizzare questo sistema). Al panino andrebbe comunque aggiunto anche un ulteriore contorno, visto che gli utili prodotti da Google Ireland Holding non sono tenuti nel paese ma vengono spostati in una società di Google con sede alle Bermuda, che è un vero e proprio paradiso fiscale, dove vengono “parcheggiati” sostanzialmente gratis (nelle Bermuda non si pagano tasse sugli utili). Nel 2014, grazie a questo schema, Google ha portato nelle Bermuda circa 10,7 miliardi di euro di profitti raccolti in Europa. Si calcola che nel 2015 Google abbia pagato il 6 per cento di tasse sui suoi ricavi in Europa, cioè un quarto dell’imposta media sui ricavi pagata dalle società europee che non riescono a praticare vasti schemi di elusione.

Si discute di nuovo di una tassa per i servizi web da applicare Google, Facebook, Amazon e giganteria simile, aziende che eludono il fisco italiano per centinaia di milioni d’euro l’anno, pagando le tasse in Paesi a bassa pressione fiscale pur vendendo in Italia. Ne parla Il Post, non bene.

I servizi di Google in Italia valgono oltre mezzo miliardo d’euro, cifre sulle quali l’azienda non sborsa che qualche spicciolo in tasse e solo su una parte minima del ricavo. Numeri e metodi impressionanti.

Il web non è Chrome, il web non era Internet Explorer

Thank God they’re over. In 2017, with open standards, there’s literally no reason for proprietary lock-ins, where websites only work on certain browsers and on certain operating systems. This is good because monopolies are almost never good for the end-user. Competition is what makes the web so vibrant and exciting.

Sembra banale, ma pare sia diventato necessario ripeterselo perché alcune piattaforme hanno porzioni dei loro siti non compatibili con browser che non siano Chrome.

Ad un utente che non riusciva a completare una prenotazione con una vecchia versione di Safari, invece che suggerire un aggiornamento del browser, l’help di Airbnb ha consigliato di scaricare Chrome. Jeffrey Yasskin, membro del team di Chrome, ha suggerito che no, per favore no. Poi in Airbnb hanno minimizzato: il sito funziona con tutti i browser, dicono.

Credo che tutto sommato se cose del genere succedono è anche responsabilità di Google Chrome che aggiunge API personalizzate che fanno gola agli sviluppatori e non rispettano gli standard. L’HTML 5 ha oggi tutte le potenzialità per rendere compatibili su tutti i browser le funzionalità di una piattaforma come quella di Airbnb. Per favore, non fateci rimpiangere Internet Explorer 6.