Scuola, educazione e interfacce digitali

Sembra più una miscela di associazioni, fondazioni, società e istituzioni che a vario titolo provano a inforcare il ricco piatto di fondi europei, e non una iniziativa di presa di coscienza e di azione per tentare di ridurre il divario digitale culturale in Italia. Ma tant’è, la Presidenza del Consiglio dei Ministri – e il Team per la Trasformazione Digitale – ha lanciato l’iniziativa Repubblica Digitale.

A Massimo Mantellini, che ne sa certamente molto più di me – e probabilmente anche molto più di loro – non ha fatto proprio una buona impressione. Ne parla qui e suggerisce qualche alternativa.

[…] cosa potrebbe fare allora lo Stato per provare a ridurre il digital divide culturale italiano? Pochissime cose purtroppo e tutte dall’esito incerto e a lungo termine. Nulla insomma di utilizzabile politicamente, nulla che consenta di distribuire denaro a nuovi improvvisati testimoni di Geova digitali che verranno domani a bussare alle vostre porte.

Le cose che si potrebbe tentare sono, secondo me, solo tre. Due di queste riguardano la scuola ed erano state in parte immaginate a suo tempo dal Piano Digitale naufragato fra mille incertezze. La prima è incentivare le pratiche digitali da parte dei docenti. Invece che versare denari a Telefono azzurro si potrebbe immaginare di pagare meglio gli insegnanti che alzano la qualità della didattica utilizzando gli strumenti digitali in classe. Soldi per la qualità digitale, insomma, coding compreso. La seconda è convertire le ore di educazione civica proposte dall’ultimo governo in ore di educazione civica digitale: perché la grammatica di rete è un linguaggio complesso dentro il quale sarà facilissimo perdersi e quello che serve ai nostri ragazzi sono gli strumenti per orientarsi. Chi possa/debba occuparsi di una simile didattica è oggi forse il problema più difficile da risolvere.

Il terzo punto riguarda il team digitale e la PA in generale. Scrivere applicazioni che funzionino, intanto, e offrirle ai cittadini. Copiare il concetto di digital by default immaginato in UK qualche anno fa, secondo il quale qualsiasi relazione fra il cittadino e l’amministrazione deve essere prevista prima attraverso interfacce digitali e poi, solo dopo, mediante l’accesso a sportelli fisici.

Quanto ci costa una ricerca su Google

L’Ufficio parlamentare di bilancio italiano, ha calcolato che Google nel 2015 ha fatturato 637 milioni di euro da clienti italiani che hanno pagato per la sua pubblicità. Di questi, 67 milioni sono stati fatturati da Google Italia, mentre altri 570 sono stati fatturati da Google Ireland, la società madre di tutte le operazioni di Google in Europa. […]

Questa divisione tra Google Italia e Google Ireland è soltanto un aspetto del complesso sistema utilizzato da Google per risparmiare sulle tasse. Il primo passaggio, come abbiamo visto, è mantenere basso il fatturato della società che ha sede nel paese ad alta tassazione (Google Italia, in questo caso) e di riversare invece ricavi e profitti nella società che si trova nel paese a bassa tassazione (Irlanda). Google Ireland versa a sua volta buona parte degli incassi alla holding di Google nei Paesi Bassi che, in un’ennesimo passaggio, li versa a sua volta a Google Ireland Holding, che possiede il diritto esclusivo dell’uso del marchio Google in tutti i paesi esclusi gli Stati Uniti.

Questo schema, in cui il denaro passa dall’Irlanda ai Paesi Bassi e poi di nuovo all’Irlanda, viene chiamato in gergo “Double Irish Dutch Sandwich”, cioè “panino all’irlandese con ripieno olandese” e serve a sfruttare i cavilli della legislazione fiscale irlandese per risparmiare ulteriormente sulla tassazione (Google non è l’unica società a utilizzare questo sistema). Al panino andrebbe comunque aggiunto anche un ulteriore contorno, visto che gli utili prodotti da Google Ireland Holding non sono tenuti nel paese ma vengono spostati in una società di Google con sede alle Bermuda, che è un vero e proprio paradiso fiscale, dove vengono “parcheggiati” sostanzialmente gratis (nelle Bermuda non si pagano tasse sugli utili). Nel 2014, grazie a questo schema, Google ha portato nelle Bermuda circa 10,7 miliardi di euro di profitti raccolti in Europa. Si calcola che nel 2015 Google abbia pagato il 6 per cento di tasse sui suoi ricavi in Europa, cioè un quarto dell’imposta media sui ricavi pagata dalle società europee che non riescono a praticare vasti schemi di elusione.

Si discute di nuovo di una tassa per i servizi web da applicare Google, Facebook, Amazon e giganteria simile, aziende che eludono il fisco italiano per centinaia di milioni d’euro l’anno, pagando le tasse in Paesi a bassa pressione fiscale pur vendendo in Italia. Ne parla Il Post, non bene.

I servizi di Google in Italia valgono oltre mezzo miliardo d’euro, cifre sulle quali l’azienda non sborsa che qualche spicciolo in tasse e solo su una parte minima del ricavo. Numeri e metodi impressionanti.