Chances

Quando gioco con mia figlia succede spesso che quando perde, per esempio quando giochiamo a lanciare una trottola e la fa cadere subito, che gira nemmeno un poco, succede che io le dica che era una prova, che quello non era mica un tiro valido per la partita, e che ora, adesso sì, è la volta buona, il tiro ufficiale, quello definitivo, che deve concentrarsi. E lei si concentra.

Succede quindi che io, a mia figlia, mi piace darle una seconda possibilità, quando giochiamo. Mi piace che capisca che si può averne, che però non è sempre gratis, che a volte vince anche papà, ma che in linea di principio niente vien perso per sempre al primo lancio. A mia figlia però piace vincere, e spero che l’insegnamento restituisca i suoi frutti più in avanti, che per adesso se perde mi mette il broncio.

Ma anche quando a lavoro, che capita che uno sbaglia che ha perso, che si è giocato la partita e se l’è giocata male, succede che mi piace l’idea di farlo lanciare di nuovo, di dirgli che era una prova e che adesso, sul serio, ha una seconda occasione, che deve concentrarsi. Perché una scivolata, un dentino sul pavimento o il terreno sconnesso, capita a tutti.

La differenza, tra mia figlia e uno che sbaglia e che perde e che ha una seconda possibilità, la differenza è che a mia figlia non glielo dico, che è l’ultima.

E quindi sono dell’idea che tirare di nuovo la trottola, quando la vita ti fa scivolare la puntina di ferro e ti sbanda, che rialzarti e lanciarti ancora una volta è un’occasione che non puoi sprecare. Un momento di crescita, oltre che di riscatto. La possibilità definitiva: se cadi ancora perdi sul serio, non puoi riavvolgerne più, di corda. Quindi ti devi concentrare, se vuoi vincere, come fa mia figlia.

Se dopo, se sbandi ancora, se non sai cogliere l’opportunità, se succede di nuovo: pazienza, cambierai gioco, che questa volta ha vinto papà.

Il confine

Io non lo so, se sono fortunato ad andare a lavoro. Cioè io, per raggiungere il luogo di lavoro, io percorro 8 o 800 km a settimane alterne. Ci sono giorni, quindi, che in dieci minuti son già coi piedi sotto la scrivania e giorni, invece, che faccio almeno sei ore tra auto, e treno, e taxi, e gambe. In entrambi i casi, pensavo, non rientro nel tempo ideale per raggiungere l’ufficio. Perché dice che c’è, un tempo ideale: 16 minuti tra casa e lavoro. E io sto o a un po’ meno o a troppo in più.

I 16 minuti, o i pochi di meno, o i molti di più, servono per defaticare, per stare da soli con se stessi, per pensare, per cambiare la propria modalità di vita, per disattivare l’interruttore delle cose di casa, o di ufficio, per cambiare la propria personalità. E poi servono a sentire i podcast, o la radio, o a leggere in treno, o a chiamare la mamma. 16 minuti che a casa, se lavori da casa, non ce li hai per andare a lavoro. Perché se casa tua è una casa normale, come la mia, a lavorare da casa non ci stanno 16 minuti di tragitto. Poi però magari c’hai la casa grande.

E quindi, ecco, quindi pensavo, lo smart working, per lavorare bene, funziona? Se hai una casa normale, dico, lavorare e mangiare e dormire e giocare con la bimba, se c’è l’hai, una bimba, e cambiare la sabbia al gatto, se c’è l’hai, un gatto, e fare l’amore, se lo fai, insomma, ci siamo capiti, e fare tutte queste cose insieme e farne anche altre nello stesso posto che non li hai i 16 minuti per raggiungere la tua scrivania, se hai una casa normale, conviene lo smart working? Secondo me no.

Pure perché a lavoro, secondo me, non ci vai solo a lavorare. E non ci vai nemmeno solo per raggiungere il posto di lavoro. Ci vai a prendere il caffè coi colleghi, pure con quelli che ti stanno sul ginocchio, ci vai a prenderti le soddisfazioni, pure, ci vai a tirar giù le bestemmie, se sei di quelli, ci vai a raggiungere degli obiettivi, e ci vai anche a fare defamiliamento.

Ci vai, insomma, perché ti conviene, forse, metterci una barriera tra la tua vita lavorativa e la tua vita vita, quella che ti togli le scarpe e mangi e dormi e giochi con la bimba, se, e cambi la sabbia al gatto, se, e ci fai l’amore, se, ma che non ci lavori.

Gail Sheehy ha scritto a proposito della “doppia vita del pendolare” per il New York Magazine nel 1968, tracciando un profilo delle specifiche personalità a bordo dei treni delle ore 5.25, 6.02 e 9.57 in partenza dalla Grand central station: “Si ha la sensazione molto forte di due vite che trovano nel treno una sorta di ponte”. La distanza tra queste due vite è stata studiata in un insieme di ricerche genericamente conosciuto come “teoria del confine”. È forse qui che apprezziamo la funzione più importante del pendolarismo.

E quindi non è che io sono contro il telelavoro, ma non lo trovo poi così intelligente se, tra il gioco e la sabbia e l’amore, se, finisce che lavori fino a notte e poi dopo cena son già di nuovo le nove di mattina. E ti siedi di nuovo alla scrivania senza farli, i 16 minuti. E senza i podcast, la radio, il libro o la mamma.

A sbagliare son vitamine

C’era una vignetta, su una t-shirt di quando ero ragazzo, una vignetta sulla quale era disegnato un bradipo, o un animale del genere, disteso sul letto, spanciato, sbracciato, con la lingua di fuori, se non ricordo male, e una gamba pure, che scivolava giù dal letto, e sotto al disegno del bradipo c’era una scritta che diceva di esser pigri, con enfasi, di esser pigri ché se non si fa niente non si fa niente di male. Ne ho fatto un mantra, per un po’.

A non far niente non si fa niente di male, e a far cose si sbaglia, si fanno errori, e gli errori costano reputazione, soldi, compromessi, scuse. Ma a far niente non si cresce, mentre a sbagliare son vitamine. E quando si sbaglia, perché si sbaglia, se si fa, quando si sbaglia sarebbe opportuno alzare la mano, fare un passo avanti, alzare il mento, se si vuol alzare anche il mento, che non è detto che sia necessario, e prendersene la responsabilità. Ho sbagliato, scusate, ma ho fatto.

Certo, ci sono errori ed errori: cose prevedibili, vaccate, porca miseria come hai fatto, e cose che proprio nemmeno la sfera di cristallo; poi ci sono le vie di mezzo. In tutti i casi, che sia stata una vaccata o che sia stato un imprevisto imprevedibile, ma anche in una via di mezzo, in tutti i casi in cui non sei stato un bradipo, o un animale del genere, e hai fatto e hai sbagliato, crucciati. Crucciati che a dirti di non farlo offendo la tua intelligenza, fallo pure ma non fermarti: correggi. Alza il mento, se vuoi alzare il mento, fai ammenda e correggi.

Che se c’è una cosa che in un’azienda vien premiata è l’assunzione di responsabilità. E quindi, per paradosso, gli errori corretti.

Intanto decidi

Reagire adeguatamente a una situazione è una caratteristica umana e saper valutare le conseguenze di una reazione sproporzionata è fondamentale.

Luca Sofri, partendo dai fatti di Voghera e concentrandosi sui giornali, lo racconta in maniera splendida.

Prendo, e lo faccio in punta di piedi, in prestito il ragionamento e lo amplio, lo applico a ogni contesto lavorativo, più o meno importante che sia, e lo stendo sul mio trascorso professionale per farne esperienza: bisogna saper decidere.

Bisogna imparare a discernere una scelta corretta da una sbagliata, portare e portarsi verso la direzione migliore. Bisogna saper pesare le scelte, imparare a farlo, e provare a centrare quella gusta. Bisogna allenarsi a farlo nel tempo opportuno, a maggior ragione se c’è fretta. Bisogna trovare il modo per limitare gli errori, livellare verso il basso le conseguenze negative, o evitare quelle esagerate, o valutarle e anticiparne la gestione, quanto meno. Poi c’è l’errore, c’è l’eccezionale, quella resta, quella capita, fa parte del gioco, che se te ne scappa una succede, pazienza. Intanto però decidi.

“Il lavoro dei giornali è dare le notizie”, si dice spesso dai giornali per giustificare scelte che vengono spesso criticate. È vero ed è ovvio insieme: è come dire che il lavoro del lattaio è vendere il latte, e trascurare se il latte sia scaduto o se vi abbia dato il resto sbagliato. È come dire che il lavoro dell’architetto è fare le case se la casa è crollata. Eccetera. Il lavoro dei giornali è decidere quali siano le notizie e decidere come raccontarle.

Pancia e testa

Se c’è una cosa che ho imparato a fare bene bene è fallire. Non parlo di problemi finanziari, mi riferisco a progetti su cui ho investito male, parlo di lavoro, di tempo sprecato, se vogliamo, di scommesse perse. Parlo delle volte in cui ho messo testa e pancia in un obiettivo lavorativo, puntandoci tempo, denaro e contatti, giocandoci forte e calando tutte le mie carte, restando alla fine con le solite pive nel sacco e le famose esperienze acquisite.

Ecco, questa volta no, questa volta è stato diverso.

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L’utopia abbandonata

Non ho mai seriamente approfondito il contributo che Adriano Olivetti ha donato alla tecnologia durante lo scorso secolo, non quanto abbia letto e approfondito su Jobs, Bezos, Musk, per capirci. Mea culpa. Nemmeno sono mai stato a Ivrea, l’ex capitale del design industriale, dove la Olivetti aveva il proprio quartier generale. Non ho quindi faticato a trovare così affascinante il racconto del magazine del New York Times su quella che era la città, l’azienda e l’utopia di Olivetti di creare un modello di welfare aziendale esportabile in tutto il mondo.

[I dipendenti della Olivetti] avrebbero avuto l’opportunità di frequentare lezioni in una scuola di vendita e di commercio in loco; le loro ore in pausa pranzo sarebbero state piene di discorsi o performarce di dignitari in visita (attori, musicisti, poeti); e avrebbero ricevuto una sostanziale pensione al termine della loro carriera. Avrebbero alloggiato, se lo avessero desiderato, in case e appartamenti moderni costruiti da Olivetti. Il loro figli avrebbero usufruito di asili nido gratuiti e alle madri concesso un congedo di maternità di 10 mesi. Luglio sarebbe stato un mese di vacanza, in modo che i lavoratori con case nella campagne circostanti potessero occuparsi delle piccole fattorie – per l’azienda era importante che i lavoratori non avvertissero una divisione tra città e campagna. I migliori architetti italiani sarebbero stati assunti per progettare in stile modernista: fabbriche, mense, uffici e aree studio sarebbero stati ariosi palazzi con facciate di vetro, tetti piatti in cemento e piastrelle in mattoni smaltati. Sarebbe stato un modello per la nazione, e per il mondo.

Olivetti aveva lavorato in fabbrica, sapeva cos’era l’alienazione in una catena di montaggio, e aveva deciso che la sua azienda sarebbe stata un’altra cosa. Aveva il «desiderio di alleggerire in ogni modo possibile» l’onere del lavoro.

Le città industriali si sono sviluppate per motivi di controllo o di convenienza, ma non Ivrea, non la fabbrica Olivetti: doveva rappresentare un nuovo approccio al lavoro, con una biblioteca da 30.000 volumi aperta a tutti, assistenza sanitaria ai lavoratori in azienda, bus per accompagnarli a casa durante la pausa pranzo.

Ivrea, patrimonio UNESCO dal 2018, è oggi il fantasma di quell’epoca. Ci sono progetti per riqualificare i vecchi edifici e più realtà se ne stanno occupando. Al momento, però, quello che salta all’occhio nei testi e nelle foto del report del NYT è rappresentato fantasticamente nel titolo: l’utopia, abbandonata.

Anche a Trello e famiglia

Trello, Asana, Slack, Gmail: molte famiglie americane usano gli strumenti di produttività aziendale, team building e problem solving per comunicare, gestire e misurare le attività familiari. Con i partner, con i figli, con i familiari: riunioni settimanali, analisi degli obiettivi e considerazioni periodiche. Secondo gli intervistati da Taylor Lorenz e Joe Pinsker per il loro articolo su The Atlantic, questo approccio responsabilizza le persone e ottimizza le scadenze.

Studio e approfondisco gli approcci e gli strumenti di produttività personale e del team, ma non mi è mai passato per la testa di utilizzare queste competenze per gestire la mia famiglia.

sempre più tipi di lavoro riguardano il coordinamento e la collaborazione a distanza, attraverso i diversi impegni di tempo delle persone, la gestione dell’attenzione, la scelta di chi fa cosa e quando. E questo stile di lavoro è molto simile alla vita familiare, se ci pensate.

Melissa Mazmanian, professoressa di informatica all’Università della California Irvine

A casa come in ufficio, la razionalità al posto delle emozioni, di corsa invece che in tranquillità, gli approcci naturali, semplici, cordiali e coinvolgenti di un nucleo familiare ordinati e metodizzati come impegni professionali per un task in più.

Ma ne vale davvero la pena?

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Che lavoro fai? Risoluzione di una crisi professionale

Non amo il mare, meno ancora amo passare un lungo periodo di vacanze al mare. Non amo il sole, in verità, né starci nelle ore più calde della giornata. Né la sabbia, né il sale, né l’abbronzatura. Ma il mare si deve fare, diceva mio nonno, e io l’ho fatto. Per i bambini è necessario lo iodio, dicono, e la vitamina D, e allora mare.

Al mare ho conosciuto molte persone. Merito di mia figlia: è una stalker. Ha fermato ogni bambino dagli zero ai 10 anni, si è presentata e ne ha chiesto il nome. Tutti, nessuno escluso. Abbiamo fatto molte amicizie. Abbiamo condiviso chiacchierate sul bagnasciuga, caffè al bar, amari serali sul bordo piscina quando i bambini – finalmente – ronfavano nei passeggini, e sudate appresso le pesti: tante sudate. E domande, tipo da dove vieni?, come ti trovi?, che ne pensi sullo iodio? e della vitamina D? resti una settimana o due?, che lavoro fai?

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