L’utopia abbandonata

Non ho mai seriamente approfondito il contributo che Adriano Olivetti ha donato alla tecnologia durante lo scorso secolo, non quanto abbia letto e approfondito su Jobs, Bezos, Musk, per capirci. Mea culpa. Nemmeno sono mai stato a Ivrea, l’ex capitale del design industriale, dove la Olivetti aveva il proprio quartier generale. Non ho quindi faticato a trovare così affascinante il racconto del magazine del New York Times su quella che era la città, l’azienda e l’utopia di Olivetti di creare un modello di welfare aziendale esportabile in tutto il mondo.

[I dipendenti della Olivetti] avrebbero avuto l’opportunità di frequentare lezioni in una scuola di vendita e di commercio in loco; le loro ore in pausa pranzo sarebbero state piene di discorsi o performarce di dignitari in visita (attori, musicisti, poeti); e avrebbero ricevuto una sostanziale pensione al termine della loro carriera. Avrebbero alloggiato, se lo avessero desiderato, in case e appartamenti moderni costruiti da Olivetti. Il loro figli avrebbero usufruito di asili nido gratuiti e alle madri concesso un congedo di maternità di 10 mesi. Luglio sarebbe stato un mese di vacanza, in modo che i lavoratori con case nella campagne circostanti potessero occuparsi delle piccole fattorie – per l’azienda era importante che i lavoratori non avvertissero una divisione tra città e campagna. I migliori architetti italiani sarebbero stati assunti per progettare in stile modernista: fabbriche, mense, uffici e aree studio sarebbero stati ariosi palazzi con facciate di vetro, tetti piatti in cemento e piastrelle in mattoni smaltati. Sarebbe stato un modello per la nazione, e per il mondo.

Olivetti aveva lavorato in fabbrica, sapeva cos’era l’alienazione in una catena di montaggio, e aveva deciso che la sua azienda sarebbe stata un’altra cosa. Aveva il «desiderio di alleggerire in ogni modo possibile» l’onere del lavoro.

Le città industriali si sono sviluppate per motivi di controllo o di convenienza, ma non Ivrea, non la fabbrica Olivetti: doveva rappresentare un nuovo approccio al lavoro, con una biblioteca da 30.000 volumi aperta a tutti, assistenza sanitaria ai lavoratori in azienda, bus per accompagnarli a casa durante la pausa pranzo.

Ivrea, patrimonio UNESCO dal 2018, è oggi il fantasma di quell’epoca. Ci sono progetti per riqualificare i vecchi edifici e più realtà se ne stanno occupando. Al momento, però, quello che salta all’occhio nei testi e nelle foto del report del NYT è rappresentato fantasticamente nel titolo: l’utopia, abbandonata.

Anche a Trello e famiglia

Trello, Asana, Slack, Gmail: molte famiglie americane usano gli strumenti di produttività aziendale, team building e problem solving per comunicare, gestire e misurare le attività familiari. Con i partner, con i figli, con i familiari: riunioni settimanali, analisi degli obiettivi e considerazioni periodiche. Secondo gli intervistati da Taylor Lorenz e Joe Pinsker per il loro articolo su The Atlantic, questo approccio responsabilizza le persone e ottimizza le scadenze.

Studio e approfondisco gli approcci e gli strumenti di produttività personale e del team, ma non mi è mai passato per la testa di utilizzare queste competenze per gestire la mia famiglia.

sempre più tipi di lavoro riguardano il coordinamento e la collaborazione a distanza, attraverso i diversi impegni di tempo delle persone, la gestione dell’attenzione, la scelta di chi fa cosa e quando. E questo stile di lavoro è molto simile alla vita familiare, se ci pensate.

Melissa Mazmanian, professoressa di informatica all’Università della California Irvine

A casa come in ufficio, la razionalità al posto delle emozioni, di corsa invece che in tranquillità, gli approcci naturali, semplici, cordiali e coinvolgenti di un nucleo familiare ordinati e metodizzati come impegni professionali per un task in più.

Ma ne vale davvero la pena?

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Che lavoro fai? Risoluzione di una crisi professionale

Non amo il mare, meno ancora amo passare un lungo periodo di vacanze al mare. Non amo il sole, in verità, né starci nelle ore più calde della giornata. Né la sabbia, né il sale, né l’abbronzatura. Ma il mare si deve fare, diceva mio nonno, e io l’ho fatto. Per i bambini è necessario lo iodio, dicono, e la vitamina D, e allora mare.

Al mare ho conosciuto molte persone. Merito di mia figlia: è una stalker. Ha fermato ogni bambino dagli zero ai 10 anni, si è presentata e ne ha chiesto il nome. Tutti, nessuno escluso. Abbiamo fatto molte amicizie. Abbiamo condiviso chiacchierate sul bagnasciuga, caffè al bar, amari serali sul bordo piscina quando i bambini – finalmente – ronfavano nei passeggini, e sudate appresso le pesti: tante sudate. E domande, tipo da dove vieni?, come ti trovi?, che ne pensi sullo iodio? e della vitamina D? resti una settimana o due?, che lavoro fai?

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Fare tardi, un problema che sembra un merito

Crearts chiude alle 18. Non è un ammonimento ai clienti poco tempestivi, né un manifesto di scarsa produttività: l’agenzia ha deciso di chiudere alle 18 perché prima del lavoro, prima dei progetti e delle attività da svolgere, c’è tanto del resto.

Non abbiamo molte regole né consuetudini troppo rigide. A dire il vero, nemmeno questa abitudine riusciamo a rispettare fedelmente: ci piace essere disponibili, via cellulare o e-mail, anche dopo l’orario di attivazione della segreteria telefonica. Ma quello della chiusura è un cardine: il congiungimento di ogni singolarità con l’eccezionalità della propria personalissima vita privata. Con la famiglia, con le passioni, con gli hobby, con l’ozio. Crearts chiude alle 18 perché se chiudessimo più tardi non ne resterebbe abbastanza per sentirne la mancanza.

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Contro il logorio dell’urgenza moderna

Uno dei termini che con maggior frequenza è presente nelle prime righe delle email che ricevo, soprattutto nelle comunicazioni che arrivano per l’IT, è “urgente”: c’è da fare una modifica urgente, bisogna preparare un documento urgente, inviare una mail urgente, definire una stima urgente, completare una porzione del software urgente e così via, incasellando urgenze dietro altre. Una maledizione.

Le urgenze dei nostri committenti però non sempre corrispondono alle nostre. Se per un cliente una cosa è urgente per noi vuol dire: fermiamo tutto ed occupiamocene. Poi, una volta completato il task, quell’attività smarrisce la priorità embrionale e agli occhi di chi l’ha richiesta perde quella necessità vitale che ci aveva trasferito. Non è più urgente, ma intanto grazie.

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