Scuola, educazione e interfacce digitali

Sembra più una miscela di associazioni, fondazioni, società e istituzioni che a vario titolo provano a inforcare il ricco piatto di fondi europei, e non una iniziativa di presa di coscienza e di azione per tentare di ridurre il divario digitale culturale in Italia. Ma tant’è, la Presidenza del Consiglio dei Ministri – e il Team per la Trasformazione Digitale – ha lanciato l’iniziativa Repubblica Digitale.

A Massimo Mantellini, che ne sa certamente molto più di me – e probabilmente anche molto più di loro – non ha fatto proprio una buona impressione. Ne parla qui e suggerisce qualche alternativa.

[…] cosa potrebbe fare allora lo Stato per provare a ridurre il digital divide culturale italiano? Pochissime cose purtroppo e tutte dall’esito incerto e a lungo termine. Nulla insomma di utilizzabile politicamente, nulla che consenta di distribuire denaro a nuovi improvvisati testimoni di Geova digitali che verranno domani a bussare alle vostre porte.

Le cose che si potrebbe tentare sono, secondo me, solo tre. Due di queste riguardano la scuola ed erano state in parte immaginate a suo tempo dal Piano Digitale naufragato fra mille incertezze. La prima è incentivare le pratiche digitali da parte dei docenti. Invece che versare denari a Telefono azzurro si potrebbe immaginare di pagare meglio gli insegnanti che alzano la qualità della didattica utilizzando gli strumenti digitali in classe. Soldi per la qualità digitale, insomma, coding compreso. La seconda è convertire le ore di educazione civica proposte dall’ultimo governo in ore di educazione civica digitale: perché la grammatica di rete è un linguaggio complesso dentro il quale sarà facilissimo perdersi e quello che serve ai nostri ragazzi sono gli strumenti per orientarsi. Chi possa/debba occuparsi di una simile didattica è oggi forse il problema più difficile da risolvere.

Il terzo punto riguarda il team digitale e la PA in generale. Scrivere applicazioni che funzionino, intanto, e offrirle ai cittadini. Copiare il concetto di digital by default immaginato in UK qualche anno fa, secondo il quale qualsiasi relazione fra il cittadino e l’amministrazione deve essere prevista prima attraverso interfacce digitali e poi, solo dopo, mediante l’accesso a sportelli fisici.