Siamo diventati rimossi

Rileggendo l’incipit della newsletter di ieri, è buffa l’evoluzione che ha avuto la parola remoto, no? Non molti anni fa la si imparava a scuola solo in congiunzione al passato (o al trapassato, i più attenti), e raramente – frequentando linguaggi più raffinati – col suo significato di distante o estraneo (una remota possibilità): viene dal latino, vorrebbe dire in origine la stessa cosa di rimosso. Poi abbiamo iniziato a trovarlo scritto nelle istruzioni in inglese dei telecomandi (il remote control) e la distanza è diventata per la prima volta una cosa utile invece che problematica, e man mano che la tecnologia prevaleva nelle nostre vite introduceva anche con maggior frequenza il termine remoto. Siamo finiti a farlo diventare praticamente un luogo (lavoriamo da remoto) o un modo di vivere (in remoto). Siamo diventati rimossi.

L’introduzione della newsletter de Il Post dell’undici settembre è un libello di logica, linguistica, filosofia e tecnologia. Abbonati.

Sharing the failure

[…] la sharing economy non ha innovato quasi niente, almeno dal punto di vista della tecnologia. Nessun nuovo oggetto, nessun nuovo linguaggio. La sharing economy è una forma di disintermediazione tramite smartphone: prendi servizi che già esistono e trovi il modo di distribuirli via app, sperando che qualcuno paghi. E’ un frutto basso (molto basso) dell’albero dell’innovazione. Per di più, è in gran parte in perdita. La vera rivoluzione è stata culturale: la sharing economy ci ha abituato a ottenere a poco prezzo servizi che dovrebbero costare di più.

Uber sta per presentarsi in borsa, Lyft l’ha già fatto e nessuna delle due se la passa finanziariamente bene. Il bike sharing diventa insostenibile e perde quota, stessa direzione stanno prendendo le startup di monopattini elettrici. La sharing economy, quella con asset fisici, pare stia inchiodando.

Ne scrive Eugenio Cau sull’ultimo numero di Silicio, la bella newsletter de Il Foglio. Ci si iscrive da qui.