Niente è troppo poco

Se escludiamo obiettivi tosti e vincolanti, come perdere molti chili per motivi di salute o allenarsi per la preparazione ad una gara sportiva agonistica, pare sia sbagliato ritenere che accontentarsi di un quantitativo di operazioni minime giornaliere, quantificate per minuti di attività o ripetitività, sia l’approccio corretto a un problema. Fare almeno dieci minuti di camminata o almeno cinque minuti di meditazione al giorno, per dire, ci condiziona: ci pone nella posizione di valutare sufficienti quelle poche attività minime per raggiungere il nostro obiettivo.

Fare qualcosa, invece, è meglio che non farla. Fare attività fisica, qualunque sia il tempo che riusciamo ad impegnare durante una giornata, è sempre meglio che stare seduti al divano o alla scrivania. Così col resto. Ne scrive Oliver Burkeman, lo traduce Internazionale.

Idealmente, dovremmo smettere di pensare ai comportamenti sani in termini di minimi: nell’ambito del ragionevole, dovremmo fare tutta l’attività fisica che possiamo, non quel poco con cui ce la possiamo cavare, pur ricordando che niente è troppo poco perché non valga la pena di provarci. Questo è un approccio sensato a tanti aspetti della vita, dall’essere un buon amico al prestare attenzione ai propri figli, dal risparmiare soldi a ridurre il proprio impatto ambientale. Per quanto facciamo, non sarà mai abbastanza. Ma questo non è un buon motivo per non fare nulla, anzi è proprio un buon motivo per fare qualcosa.

Fare “un minimo di” ci fa rinunciare appena l’obiettivo è stato raggiunto, non ci aiuta ad andare oltre, ad osare, a superarci. Inoltre ci condiziona negativamente qualora non dovessimo riuscirci.

Riflettevo che la stessa considerazione la si può applicare alle attività di lavoro. Pensare di chiamare almeno una volta al mese il cliente, scrivere almeno due articoli per il blog alla settimana o fare un brief col team almeno una volta ogni quindici giorni, ci pone nella stessa condizione: non ci fa andare oltre, ci accontenta. Se si può chiamare un cliente due volte, perché non farlo? Se c’è il modo di pubblicare un post in più, perché non scriverlo? Perché accontentarci? Niente è abbastanza, se abbiamo modo di farlo.

Va bene organizzarsi per acquisire buone abitudini, ma è sempre meglio fuggire dai minimi e fare qualcosa, invece che non farla.

Tra gioco e autorità

Non lo so se è un difetto o un pregio, questa cosa che mi entusiasmo con dei nuovi flussi di lavoro e che, dopo un po’, mi rendo poi conto che la via vecchia era migliore della nuova. È successo qualche mese fa con Microsoft To-Do.

Ero in scadenza di abbonamento con Todoist e contemporaneamente l’applicazione di Microsoft dava segnali di miglioramenti graduali e incoraggianti: nel giro di pochi giorni ho quindi fatto lo switch da un’applicazione all’altra, cinicamente, senza voltarmi a guardare indietro. Ne ero entusiasta, lo ammetto.

L’infatuazione è durata un paio di settimane: ammetto anche questo. Sono poi tornato ad usare Todoist per la gestione delle mie attività quotidiane. Non c’è storia.

I motivi fondamentali che avvantaggiano ancora oggi Todoist, per il sottoscritto ovviamente, sono:

  • il riconoscimento delle date di scadenza con linguaggio naturale;
  • l’assegnazione di progetto, label e priorità durante la scrittura di un task, senza staccare le mani dalla tastiera;
  • le API e le integrazioni con app di terze parti;
  • il markdown per la scrittura di attività e di commenti;
  • le componenti aggiuntive per Firefox e i Chromium-like browser;
  • l’assenza dell’invasività di Microsoft nella mia vita digitale.

Qualche giorno fa To-Do è stata ancora pesantemente aggiornata da Microsoft, rendendola esteticamente molto simile alla compianta Wunderlist (che, tra l’altro, il founder rivorrebbe indietro), acquistata nel 2015. L’avanzamento è palese, è evidente che ci stiano scommettendo. Ancora una volta mi è venuto il tarlo di provarla, d’altronde anche Todoist non è perfetta.

Ma siamo ancora su due livelli differenti. Una è un gioco, l’altra un’autorità.

Photo by Glenn Carstens-Peters on Unsplash

Anche a Trello e famiglia

Trello, Asana, Slack, Gmail: molte famiglie americane usano gli strumenti di produttività aziendale, team building e problem solving per comunicare, gestire e misurare le attività familiari. Con i partner, con i figli, con i familiari: riunioni settimanali, analisi degli obiettivi e considerazioni periodiche. Secondo gli intervistati da Taylor Lorenz e Joe Pinsker per il loro articolo su The Atlantic, questo approccio responsabilizza le persone e ottimizza le scadenze.

Studio e approfondisco gli approcci e gli strumenti di produttività personale e del team, ma non mi è mai passato per la testa di utilizzare queste competenze per gestire la mia famiglia.

sempre più tipi di lavoro riguardano il coordinamento e la collaborazione a distanza, attraverso i diversi impegni di tempo delle persone, la gestione dell’attenzione, la scelta di chi fa cosa e quando. E questo stile di lavoro è molto simile alla vita familiare, se ci pensate.

Melissa Mazmanian, professoressa di informatica all’Università della California Irvine

A casa come in ufficio, la razionalità al posto delle emozioni, di corsa invece che in tranquillità, gli approcci naturali, semplici, cordiali e coinvolgenti di un nucleo familiare ordinati e metodizzati come impegni professionali per un task in più.

Ma ne vale davvero la pena?

Photo by Cathryn Lavery on Unsplash

Microsoft To-Do per la mia giornata lavorativa

È da qualche settimana che uso con soddisfazione Microsoft To-Do al posto di Todoist per la gestione delle mie attività di lavoro quotidiane. Ammetto che al momento il secondo è molto più completo, ma Microsoft ha fatto un lavoro enorme per portare il proprio To-Do (nato dalle ceneri di Wunderlist) a un livello tale da permetterne l’utilizzo in ambito professionale.

È ancora carente di funzionalità significative ma non essenziali, particolari che il team mi ha riferito avere comunque in lista. In compenso, la funzione “La mia giornata”, che avevo snobbato all’inizio, si è trasformata in una comodità irrinunciabile per la gestione di urgenze e di priorità.

Intanto da qualche giorno ha fatto un po’ di polvere l’annuncio ufficiale della nuova applicazione per Mac (in aggiunta a quella per Windows e a quelle mobili), che mostra ancora di più l’apertura di Microsoft all’offerta di servizi multi-piattaforma.

Rilancio segnalando AO, la controparte per Linux sviluppata come desktop-app (layer web con shortcuts e integrazioni di sistema) dal bravo Klaus Sinani.

Rinviare è un problema esistenziale

La procrastinazione è uno stato d’animo. Non è un approccio errato al lavoro ma la reazione a una condizione psicofisica negativa indotta da ansia, noia, insicurezza, bassa autostima, frustrazione eccetera. È un problema legato alle emozioni e non alla produttività.

Ed è una cosa irrazionale: rimandiamo al futuro un’attività che dovremmo svolgere come se nel futuro non dovessimo essere noi stessi a completare la stessa attività.

Dr. Hershfield’s research has shown that, on a neural level, we perceive our “future selves” more like strangers than as parts of ourselves. When we procrastinate, parts of our brains actually think that the tasks we’re putting off — and the accompanying negative feelings that await us on the other side — are somebody else’s problem.

Ne scrive, tra altre cose interessanti, Charlotte Lieberman sul New York Times.

Approcci, software e abitudini sono superflui se non ci siamo con la testa: se non ci va di fare una cosa, non facciamola, ma non sentiamocene sconfitti. Trattiamoci con gentilezza. Se il problema è esistenziale, rivalutiamo il problema, riconsideriamolo. Fa’ niente, non affliggiamocene. Auto-compatiamoci. Perdoniamoci.

Io ad esempio ho un blog che non curo. Volevo scriverne ma procrastinavo. Provo ad assolvermi con questo post.

Mi vendo la privacy che non ho

Dare la colpa a Google è una soluzione di comodo. Ci permette di prendere di mira un nemico che sembra degno di essere combattuto. Ma il nemico di questa invasione della privacy dei dati non è il cattivo di un fumetto che possiamo affrontare, mettere in difficoltà e sconfiggere. È una creatura oscura e indefinibile, un mormorio spaventoso e lovecraftiano, impossibile da vedere, tantomeno da toccare e sconfiggere. […] Se non sono i siti web, saranno i prodotti farmaceutici. Se non sono i dati di localizzazione, saranno i beni consumati in famiglia. Se non sono i like e le condivisioni, saranno i rendiconti bancari e i dati demografici. I nostri dati sono ovunque, e da nessuna parte, ed è impossibile sfuggire a loro e alle loro conseguenze.

I nostri dati sono ovunque. Possiamo limitarne l’accesso, ma non smetteremo di usare Google, né Facebook, né il web. È una battaglia impari e già persa, scrive Ian Bogost.

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