Forma, qualità e funzione: la ricerca del punto debole

Ho programmato codice per tanti anni, poi ho smesso, come con le sigarette. Ora fumo qualche sigaro di tanto in tanto, e quando ne capita l’occasione mi faccio di bash scripting. Non ne sento la dipendenza ma sporadicamente un costrutto, un array o un if concatenato aiutano a migliorare il mio stato psico-fisico, a soddisfare la mia assuefazione nerd. Una tiratina di shell e via, la dose giusta per non ricadere nell’abitudine. Un po’ di confusione, poi mi sento meglio di prima.

Quando mi avvelenavo in Monokai l’alterazione mi portava in uno stato sensoriale in grado di aiutarmi a puntare solamente a due obiettivi e a scansare qualsiasi altro elemento di realtà: il miglioramento formale, qualitativo e funzionale del codice che scrivevo e la riduzione al minimo di bug. Era una fissazione. Non ne uscivo. Era un complesso che si è trasformato in una caratteristica di lavoro e di cura della mia produttività. Forma, funzione, qualità e correzione degli errori. Il regalo della mia ex vita da editor-dipendente.

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