Dove ci rifuggiremo

Questo articolo di Ian Bogost, tradotto da Internazionale, l’avevo nella lista dei post da leggere su Pocket dallo scorso febbraio 2020. Sono passati quasi due anni, sono riuscito a leggerlo solo di recente: quanto mi sembra antico. L’idea era che grazie allo, o per colpa dello, smartphone, il lavoro ce lo portiamo ovunque, soprattutto a casa: chi lo avrebbe mai immaginato che, nelle settimane immediatamente successive, avremmo lavorato soprattutto da casa.

Il problema dei nostri antenati si è capovolto: la casa è diventata una prigione di comodità da cui possiamo scappare solo se qualcuno ci aiuta a farlo.

La casa era ancora un non luogo, un posto di passaggio dove non vivere la nostra vita, un porto e non la nave. Un rifuggio. Chi ci restava sceglieva di farlo, spesso per rifugiarsi nei milioni di contenuti disponibili online e fruibili tramite i propri dispositivi personali. Poi il Covid-19.

Come diceva Augé, la gente è sempre a casa, e contemporaneamente non c’è mai.

Ora a casa ci lavoriamo. E lavoriamo ovunque.

Un tempo l’espressione “portarsi a casa il lavoro” significava trasportare fisicamente il lavoro dall’ufficio: documenti all’interno della ventiquattr’ore e liste con le telefonate da fare chiusi nello studio. Oggi è solo un modo per indicare un’attività più concettuale e olistica. Grazie ai computer portatili, agli smartphone, alla banda larga, alle applicazioni e ai servizi cloud, chiunque può lavorare in continuazione: mandare email da sotto il tavolo da pranzo, rispondere a messaggi su Slack dopo aver chiuso la portiera dell’auto e prima di aver aperto il portone di casa, analizzare le spese familiari fotografando gli scontrini sul ripiano della cucina.

Per quanto non mi piaccia lavorare da casa, la fortuna è che ci siano stati computer portatili, smartphone, banda larga, applicazioni e servizi cloud. Sarebbe stata una catastrofe, altrimenti.

Ma dove ci rifuggiremo in futuro — pandemie permettendo — per scappare dai nostri impegni?

Il confine

Io non lo so, se sono fortunato ad andare a lavoro. Cioè io, per raggiungere il luogo di lavoro, io percorro 8 o 800 km a settimane alterne. Ci sono giorni, quindi, che in dieci minuti son già coi piedi sotto la scrivania e giorni, invece, che faccio almeno sei ore tra auto, e treno, e taxi, e gambe. In entrambi i casi, pensavo, non rientro nel tempo ideale per raggiungere l’ufficio. Perché dice che c’è, un tempo ideale: 16 minuti tra casa e lavoro. E io sto o a un po’ meno o a troppo in più.

I 16 minuti, o i pochi di meno, o i molti di più, servono per defaticare, per stare da soli con se stessi, per pensare, per cambiare la propria modalità di vita, per disattivare l’interruttore delle cose di casa, o di ufficio, per cambiare la propria personalità. E poi servono a sentire i podcast, o la radio, o a leggere in treno, o a chiamare la mamma. 16 minuti che a casa, se lavori da casa, non ce li hai per andare a lavoro. Perché se casa tua è una casa normale, come la mia, a lavorare da casa non ci stanno 16 minuti di tragitto. Poi però magari c’hai la casa grande.

E quindi, ecco, quindi pensavo, lo smart working, per lavorare bene, funziona? Se hai una casa normale, dico, lavorare e mangiare e dormire e giocare con la bimba, se c’è l’hai, una bimba, e cambiare la sabbia al gatto, se c’è l’hai, un gatto, e fare l’amore, se lo fai, insomma, ci siamo capiti, e fare tutte queste cose insieme e farne anche altre nello stesso posto che non li hai i 16 minuti per raggiungere la tua scrivania, se hai una casa normale, conviene lo smart working? Secondo me no.

Pure perché a lavoro, secondo me, non ci vai solo a lavorare. E non ci vai nemmeno solo per raggiungere il posto di lavoro. Ci vai a prendere il caffè coi colleghi, pure con quelli che ti stanno sul ginocchio, ci vai a prenderti le soddisfazioni, pure, ci vai a tirar giù le bestemmie, se sei di quelli, ci vai a raggiungere degli obiettivi, e ci vai anche a fare defamiliamento.

Ci vai, insomma, perché ti conviene, forse, metterci una barriera tra la tua vita lavorativa e la tua vita vita, quella che ti togli le scarpe e mangi e dormi e giochi con la bimba, se, e cambi la sabbia al gatto, se, e ci fai l’amore, se, ma che non ci lavori.

Gail Sheehy ha scritto a proposito della “doppia vita del pendolare” per il New York Magazine nel 1968, tracciando un profilo delle specifiche personalità a bordo dei treni delle ore 5.25, 6.02 e 9.57 in partenza dalla Grand central station: “Si ha la sensazione molto forte di due vite che trovano nel treno una sorta di ponte”. La distanza tra queste due vite è stata studiata in un insieme di ricerche genericamente conosciuto come “teoria del confine”. È forse qui che apprezziamo la funzione più importante del pendolarismo.

E quindi non è che io sono contro il telelavoro, ma non lo trovo poi così intelligente se, tra il gioco e la sabbia e l’amore, se, finisce che lavori fino a notte e poi dopo cena son già di nuovo le nove di mattina. E ti siedi di nuovo alla scrivania senza farli, i 16 minuti. E senza i podcast, la radio, il libro o la mamma.