Alla fine si può immaginare

In uno dei miei viaggi per raggiungere il lavoro, nel viaggio da 800 km in un treno pieno e senza distanziamento, in un treno dove i posti vuoti erano pochi, in questo treno all’altezza di Firenze è salito un ragazzo, un ragazzo africano visibilmente malmesso, un ragazzo con evidenti difficoltà economiche, un ragazzo povero, si può dire povero? Questo ragazzo povero è salito sul treno e si è seduto e non aveva il biglietto, né aveva il Green Pass. Aveva bisogno di viaggiare.

Il controllore, che ora si dice train manager, si può dire train manager?, il train manager lo ha capito subito che non aveva il biglietto, e che non aveva il Green Pass, e che aveva bisogno di viaggiare, e lo ha capito che evidentemente i train manager c’hanno un sesto senso nel capire chi non c’ha il biglietto, o non c’ha il Green Pass, oppure sono razzisti. E quindi gliel’ha chiesto, al ragazzo, se ce l’aveva il biglietto, e gli ha chiesto pure se ce l’aveva il Green Pass. E lui niente, il ragazzo non ce l’aveva, né l’uno né l’altro, e allora il train manager non gli ha detto Scendi, gli ha detto Spostati in un’altra carrozza. Che io, e questo ragazzo, e tutti gli altri, noi eravamo nella carrozza Business. Uno senza biglietto, senza Green Pass, col bisogno di viaggiare, e soprattutto uno povero, non poteva mica stare nella Business. Nell’altra carrozza sì, anche senza biglietto e senza Green Pass, pure senza viaggiare davvero, guarda, ma da povero nella Business no.

Il ragazzo, quello con evidenti difficoltà economiche, al train manager gliel’ha detto che era povero, perché pare si possa dire, se c’hai dignità. E se sei povero, normalmente, di dignità ne hai da vendere. Gli ha detto Io non posso mangiare, gli ha detto. Gli ha detto Ce l’hai una pistola? Se ce l’hai sparami, ammazzami qui. Io voglio arrivare a Torino Porta Nuova, se non posso arrivarci sparami, se ce l’hai una pistola. Così gli ha detto. Ma il train manager non ce l’aveva la pistola.

E tutti gli altri, me compreso, tutti ci siamo fermati, pochi decimi di secondo, ci siamo bloccati un attimo, con gli occhi sgranati e fissi e freddi, poi abbiamo ripreso a pigiare sui tasti dei nostri PC o a scrollare sui nostri smartphone, che la vita va avanti. E il treno pure.

Alla fine è andata come puoi immaginare, alla fine è arriva la polizia, alla fine lo ha fatto scendere a Bologna, che non gli interessava mica, agli agenti, si può dire agenti?, che era povero. Alla fine si può immaginare.

Ecco, e quindi niente, e quindi pensavo che se un ragazzo povero non può viaggiare, se non può raggiungere Torino, e forse la Francia, e forse oltre, se un ragazzo con evidenti difficoltà economiche non può viaggiare in treno, se abbiamo anche paura a dirlo, che è povero, che la povertà ci fa paura, se il train manager gli va subito a controllare il biglietto perché è povero, pensavo: abbiamo fallito. Pensavo che abbiamo perso.

Il train manager, la polizia, quelli che scrivevano al PC, gli altri che scrollavano con lo smartphone, io e pure te che stai leggendo. Tutti, abbiamo fallito. Si può dire tutti?

Le storie di ieri

Il mio primo viaggio all’estero lo feci a Praga. Ero con degli amici e raggiunsi la città d’estate, in treno e con pochi soldi. Ma Praga costava poco, la corona ci permetteva di scialare, eravamo ricchi. Una birra da mezzo litro, me lo ricordo ancora, al cambio faceva 50 centesimi di euro. Sarà che avevo 21 anni, sarà che era la mia prima volta all’estero da solo, ma quella birra era buonissima. Un hot dog in strada, poi, costava solo 15 centesimi. Con un euro mangiavo e bevevo, a Praga nel 2004. Ad ogni angolo.

Diventammo all’improvviso facoltosi, potevamo permetterci serate diverse, potevamo essere altro, potevamo osare. E quella sera i miei amici decisero di arrischiarsi: vollero spendere diverse corone, l’equivalente di circa 4 euro, per andare in discoteca. Ora, supposto che a me la discoteca proprio non piaceva e non mi è mai piaciuta dopo, ma voi vi rendete conto? Il biglietto costava l’equivalente di 8 bottiglie di birra, buonissima tra l’altro. Il mio cambio era in litri, a Praga. Io me ne resto qui, in Staroměstské náměstí, nella Piazza della Città Vecchia, a bere birra, a guardare i passanti, a godermi l’estate. La mia prima e unica estate da nababbo. Voi andate pure, che io c’ho da trasforamre corone in malto, malto in poesia.

Jan Hus mi faceva compagnia e guardava il castello, io la piccola folla che cantava canzoni. Poi qualcuno intonò “Volta la carta”, qualcun altro, dopo, “Quello che non ho”. E poi “Giordie”, “La cattiva strada”, “La guerra di Piero”. Mi ritrovai tra la folla, seduto a terra, con del vino in un bicchiere di cartone ricevuto da non so chi e un vecchio ubriaco abbracciato al collo a contare, io in italiano e lui in ceco, le canzoni di Fabrizio De André, insieme a decine di altri seduti a gambe incrociate a terra, come noi. Continuò fino a notte. Eravamo in tanti. Eravamo ricchi. Eravamo anche belli, secondo me. Non lo dimenticai più.

Grazie anche di quella serata, Faber, oltre tutto il resto.