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  1. Come la penso/

La nostra firma

·319 parole·2 minuti

C’è un equivoco di fondo, spesso pericoloso, che aleggia negli uffici e nelle chat aziendali: l’idea che l’impegno debba essere direttamente proporzionale alla perfezione dell’azienda per cui lavoriamo.

Spesso l’organizzazione è caotica, i processi non funzionano e le attività risultano lente e senza responsabilità, e buona parte dei o delle dipendenti ci si adegua. È una logica che capirei, umanamente, ma che professionalmente è un suicidio.

Il punto non è l’azienda. Il punto siamo noi.

Ogni email che scriviamo, ogni riga di codice che produciamo, ogni report che impaginiamo o ogni riunione che gestisiamo porta, invisibile ma indelebile, la nostra firma.

Non siamo semplicemente dipendenti, caselle nell’organigramma che eseguono compiti in attesa del bonifico – o meglio, potremmo esserlo, ma è una scelta al ribasso. Dovremmo sentirci, invece, professionisti che vendono la propria competenza a un unico cliente importante: la nostra attuale azienda.

Lavorare con la massima efficienza, cercare di risolvere i problemi anziché cavalcarli, non è un favore che facciamo al nostro datore di lavoro: è un atto di rispetto verso noi stessi e verso le nostre capacità. È il modo in cui possiamo costruire la nostra reputazione, il nostro “brand” personale, la nostra credibilità.

Certo, magari non tutto è come si vorrebbe. Magari gli strumenti sono obsoleti, le decisioni sono lente o le strategie discutibili. Ma è proprio lì, nelle pieghe delle imperfezioni altrui, che si vede il o la professionista. Fare il meglio che si può fare, nonostante il contesto, è ciò che distingue chi subisce il lavoro da chi lo domina.

Sentirsi parte dell’azienda non significa sposarne ciecamente ogni difetto, ma significa agire con responsabilità finché si decide di partecipare a quell’organizzazione. Significa che se c’è un problema, si è parte della soluzione, non del paesaggio.

Lavorare male perché “tanto qui funziona così” ci rende mediocri. Lavorare bene, con efficienza e cura, ci rende inattaccabili.

Non lo facciamo per l’azienda. Lo facciamo per noi stessi.