Il paradosso del buonsenso
Se tutti avessero buonsenso, diceva quello, non ci sarebbe bisogno di regole. Niente norme, niente processi, niente procedure. Ognuno farebbe la cosa giusta al momento giusto con l’intento di portare a casa il risultato. Il lavoro scorrerebbe fluido, le decisioni sarebbero rapide, le incomprensioni inesistenti. Un’utopia aziendale dove tutto funziona perché tutti vogliono che funzioni.
Il problema è che il buonsenso non esiste. O meglio: esiste, ma ne esistono tanti quante sono le persone che lo invocano.
Il tuo buonsenso ti dice che una mail può aspettare fino a domani. Il suo che va risposta entro l’ora. Quell’altro che le mail non si usano proprio, meglio una telefonata. E ognuno, nel proprio intimo, è convinto di avere ragione. Perché è buonsenso. È il nostro buonsenso.
Ecco il paradosso: invochiamo il buonsenso come se fosse un codice universale, ma è la cosa più soggettiva che ci sia. È figlio delle nostre esperienze, della nostra educazione, del nostro carattere, delle nostre urgenze del momento. Quello che per lui o lei è buonsenso, per te è follia. E viceversa.
E quando i “buonsensi” si scontrano, la colpa è sempre dell’altro o dell’altra che non ha capito, che non ha pensato, che non ha avuto, appunto, buonsenso.
Le regole non nascono per soffocare l’intelligenza delle persone. Nascono per allineare i buonsensi, per creare un linguaggio comune, per stabilire cosa significa fare le cose bene in quel contesto specifico. Un processo non è una gabbia: è un accordo. È dire a tutte e a tutti che quando arriva una richiesta, quando si chiude un progetto o quando c’è un problema, si fa in un certo modo condiviso.
Il buonsenso serve. Serve per interpretare le regole, non serve per sostituirle. Serve per capire quando una procedura va adattata, non serve per ignorarla. Serve per gestire l’eccezione, non serve per farne la norma.
Serve, il buonsenso, per darsi e interpretare delle regole. Che paradosso.