Il pilota automatico
Nessuna compagnia aerea rinuncia al pilota automatico per amore della tradizione. E nessuna, pur avendolo, toglierebbe il pilota dalla cabina per risparmiare sullo stipendio. Il pilota non è pagato per le ore in cui l’aereo vola da solo: è pagato per i pochi secondi in cui il sistema si stacca.
Con l’AI che scrive codice, invece, si riesce a sbagliare in entrambe le direzioni.
C’è ancora chi non ha deciso, o ha deciso di non decidere, e chiama rigore quella che è soltanto attesa. L’alibi preferito è la compliance. Ma la compliance si governa, non si usa come scusa per restare fermi. Scrivere ogni riga a mano non rende il codice più sicuro: lo rende più lento e più caro. Chi aspetta non sta proteggendo l’azienda, sta pagando di più lo stesso risultato mentre altri imparano a ottenerlo con meno.
Poi c’è chi l’AI l’ha adottata con entusiasmo, ma per il motivo sbagliato. L’azienda che ci vede finalmente l’occasione per fare a meno delle competenze, il fornitore che produce di più con meno persone e fattura come prima. Hanno tolto il pilota dalla cabina e lo chiamano innovazione.
Il problema è che il codice non si compra: si possiede. E si possiede per anni. Va capito, corretto, adattato a un business che cambia. Quando qualcosa si rompe – e succede sempre nel momento meno opportuno – serve qualcuno che sappia cosa c’è scritto e, soprattutto, perché. Se quel qualcuno non esiste più, l’azienda non ha un software: ha un aereo che vola benissimo finché qualcuno non deve prenderne i comandi.
Risparmiare sulla digitazione è una scelta sensata. Risparmiare sulla comprensione è un costo che non compare in nessun preventivo, ma arriva puntuale in ogni fattura successiva.
Chi rinuncia all’AI paga di più ogni riga che scrive. Chi la usa per rinunciare alle competenze paga ogni riga che non ha capito, per tutti gli anni in cui dovrà tenersela.
Senza pilota automatico si vola peggio. Senza pilota non si vola.