La privacy non è una priorità
In questo momento la privacy non è una priorità, mi ha detto qualche tempo fa un cliente con la tranquillità di chi comunica una scelta di buonsenso. C’era altro a cui pensare, non era il momento di fare i sofisticati. In poche ore, tutti i dati sensibili dei dipendenti finirono in pasto a un’intelligenza artificiale esterna.
Il punto è che aveva ragione, senza rendersene conto. La privacy non è una priorità. Una priorità sta in una lista, si mette in coda, si sacrifica quando il tempo è poco. La privacy no: è la condizione che rende quella lista legittima. Chiamarla priorità significa averla già svenduta, perché ammette che esista un momento in cui viene dopo.
L’idea che rinunciarvi faccia risparmiare è un errore di contabilità. Un dato riservato che esce non rientra, e il conto arriva puntuale proprio quando l’azienda è troppo fragile per pagarlo. Si taglia sull’unica voce che non andava toccata.
C’è poi, a margine, l’autoinganno di chi sta in difficoltà – e il cliente lo era: credere di non avere più niente da perdere. Alla liquidazione sopravvive una cosa sola: il modo in cui si sono trattate le persone che si erano fidate. I dati di un dipendente non sono un asset da bruciare, sono la misura del rispetto che resta quando rispettare non conviene più.
La privacy, quindi, non si prioritizza: si presuppone, come una serratura. Nessuno la mette in agenda, la si dà per scontata. Come la porta che di sera non si lascerebbe mai aperta.