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  1. Come la penso/

Provvisorio permanente

·319 parole

Non esiste niente di più definitivo del provvisorio. Ogni azienda è piena di fondazioni invisibili nate come tampone, accese una sera in fretta e mai più spente. Nessuno le ha progettate, ma tutti ci poggiano sopra.

Il “lo facciamo per ora” è la formula con cui il debito tecnico entra in azienda senza farsi notare. Non è una decisione architetturale, non passa da una governance, non finisce in nessun documento: è un patto silenzioso tra il problema urgente e la voglia di chiuderlo prima di sera.

Il guaio non sta nella scelta in sé. Una soluzione temporanea ha senso, a patto di avere una data di morte scritta. Senza quella, smette di essere temporanea: diventa legacy travestito da agilità. E come ogni legacy, non si presidia, non si documenta, non si manutiene. Si subisce.

C’è poi un acceleratore nuovo, e potente: l’IA. Oggi si genera in pochi minuti ciò che un tempo richiedeva un progetto. Lo si fa perché si può, non perché serva davvero. E ognuna di queste cose, una volta accesa, va manutenuta come tutto il resto: aggiornata, monitorata, presidiata, dismessa. Il rischio è confondere la facilità di produzione con la sostenibilità del risultato. Il debito tecnico, prima concentrato su pochi sistemi storici, ora si polverizza ovunque: più facile da generare, molto più difficile da rintracciare.

Una soluzione provvisoria, senza una data di scadenza, non è pragmatismo: è rinvio. E il rinvio costa più di una decisione presa male, perché la decisione sbagliata si corregge, mentre il rinvio sedimentato si scopre solo quando crolla qualcosa — e a quel punto nessuno ricorda più da dove era partito tutto.

Se serve davvero un tampone, va scritto nero su bianco: cosa risolve, fino a quando, chi lo smonta. Tutto il resto, anche con la migliore IA del mondo a generarlo, è solo un altro strato di polvere sotto i mobili — solo che adesso si fa con un click.