Il dollaro si ferma qui

L’ex presidente degli Stati Uniti Harry Truman aveva un cartello sulla sua scrivania che recitava la frase “The buck stops here!”.

Lo scaricabarile – pass the buck, che in inglese si riferisce a una giocata nel poker –, una volta arrivato alla sua scrivania, si fermava. In quell’ufficio, in quella postazione, le decisioni venivano prese: chi vi sedeva se ne assumeva pienamente le responsabilità e non le passava ad altri.

Il lavoro di “decidere” è il più complesso fra tutti. Le valutazioni da analizzare e le conseguenze da considerare, soprattutto quando decontestualizzate o inaspettate, allontanano da qualsiasi zona di comfort. Passare la patata bollente, rinviare la decisione sperando che se la sbrighi qualcun altro diventa, giocoforza, la via più comoda per ritornare a mettere le spalle nel monitor del PC.

Smarcare un problema, indirizzarlo e chiuderne la pratica, fermare il barile che rotola, dovrebbe essere l’obiettivo di chiunque, in un qualsiasi gruppo di persone organizzate, tenga alla stabilità e all’efficacia delle azioni del proprio team o della propria azienda.

Accettare la responsabilità ultima di decidere è la dimostrazione che palesa la differenza tra chi si sente un giocatore e chi una fiche, tra chi vuol vincere la partita e chi può solo subire quella che qualcun altro giocherà per conto suo.

Si sbagliava

Se nove vittime su dieci sono civili, però, non è più normale. Non è più la stessa guerra, non si dovrebbe nemmeno chiamarla tale. Una follia la guerra contro i civili, un incubo. Ma quello era un caso specifico – avevo concluso -, unico e irripetibile. Una cosa che succedeva solo in Afghanistan.

Mi sbagliavo.

Gino Strada, Una persona alla volta, Feltrinelli 2022

La classe della ricreazione

I bambini e le bambine dovrebbero studiare i sistemi e le logiche su cui si baseranno le tecnologie future, e non tanto quelle oggi. Circa la metà dei lavori attuali, soprattutto quelli di routine, verranno eliminati o automatizzati nei prossimi 20 anni: in un mondo che evolve e cambia in maniera così rapida, dovremmo quindi insegnare loro le capacità di imparare, di adattarsi, di progettare, di analizzare, di empatizzare.

Ecco perché dobbiamo prestare attenzione non solo a come i nostri figli lavorano e ottengono risultati accademici, ma anche a come giocano, risolvono i conflitti e fanno sentire gli altri supportati e responsabilizzati. La verità è che il valore si è spostato dalle abilità cognitive alle abilità sociali. Poiché i bambini saranno sempre più in grado di apprendere materie complesse attraverso la tecnologia, la classe più importante potrebbe essere la ricreazione.

— Adopting a changemaker mindset, Greg Satell

Da esperienze personali che, sia chiaro, non fanno statistica, rilevo che la scuola riesce a malapena, e con scarso risultato, a comprendere e gestire lo stato d’animo di una bambina o di un bambino: figurarsi insegnare l’empatia.

Abbiamo un serio problema con la ricreazione.

Post scriptum

Scrivere a mano migliora la nostra “memoria corporea”, permette di sentire carta e penna, di dirigere il movimento della mano con il pensiero. Consente una libertà grafica maggiore della tastiera, di migliorare la calligrafia e di conservare le cancellazioni – nel bene e nel male. I bambini, scrivendo a mano, imparano di più e meglio.

Per gli scienziati il motivo è chiaro: chi lavora su carta riformula le informazioni mentre prende appunti, il che richiede loro un processo preliminare di sintesi e comprensione; al contrario, coloro che lavorano su una tastiera tendono a prendere molte note, a volte anche facendo una trascrizione letterale, ma evitavano quella che è nota come “difficoltà desiderabile

Adoro la mia tastiera meccanica, digito velocemente e picchiarci le dita è pura goduria, ma prendo appunti con carta e penna. Se stilografica, meglio. La scrittura a mano libera offre molti più benefici.

Rifiuta

Leggevo delle dritte su come evitare il context switching1 e mi è venuto in mente che, durante una videocall recente, mi è capitato di chiamare con un nome errato uno dei partner invitati: ci conoscevamo, nella porzione dello schermo che Teams gli dedicava c’era anche riportato il nome in bella mostra, ma avevo appena chiuso una telefonata pochi istanti prima e niente: mele con pere. Avevo cambiato contesto e lo avevo fatto in un tempo molto stretto: pare che normalmente riprendere la giusta concentrazione in casi simili costi 23 minuti, per il sottoscritto non erano passati nemmeno 23 secondi.

Siano benedette le piattaforme di videoconferenza, ma il cambio di contesto a cui ci costringono è, come il multitasking, gravoso in termini di produttività: passare continuamente tra un argomento e l’altro aumenta lo stress, diminuisce il rendimento, danneggia le nostre capacità di relazione, distrugge la concentrazione e ti porta a fare figure barbine con gente che si chiama Tiziə e tu la chiami Caiə.

Da allora ho iniziato a programmare le videocall e gli incontri solamente in una porzione ben definita della mia giornata o in giorni dedicati, evitando pestilenzialmente di portare nel mio calendario riunioni o incontri che rischiano di far saltare qualsiasi sana programmazione.

Poi c’è il caso, sia chiaro, che fa saltare i piani. Ma abituiamoci ad avere una gestione salutare dei contesti e del tempo di lavoro, soprattutto se si governano attività notevolmente differenti le une dalle altre, e a non biasimare chi, ad un invito sul calendario, ti risponde di no.


  1. suggerite nella Mostly Weekly del sempre interessante Antonio Dini.

L’energia della riparazione

GLI ERRORI. Spesso siamo vittime di errori. Da parte nostra e da parte degli altri. Possiamo passare tanto tempo ad accusare, ad accusarci. Non è tempo speso bene. Dobbiamo considerare che nell’errore c’è l’energia della riparazione. E va usata tutta. Senza l’errore non avresti avuto quell’energia. Sembra quasi che la vita per andare avanti abbia bisogno della spinta dell’errore. E se pensavi di aver fatto al meglio un certo compito ti accorgi che dopo l’errore ti è venuta un’attenzione più grande, un clamore che dilata la vista e ti fa vedere la peluria che c’è in ogni secondo, il clamore che resiste anche nei silenzi più grandi. Non devi benedire gli errori, non li devi cercare. Semplicemente quando arrivano ti devi raccogliere e metterti a fare un lavoro buono, per te stesso o per gli altri. Gli errori non ti vogliono insegnare niente e tu non puoi insegnare niente a loro. Chi ti insegna qualcosa è il tempo che passa. Certi errori dieci anni fa li avresti usati molto peggio. Il tempo che passa ti aiuta a capire che la vita procede in disordine e a volte puoi trovarti in mezzo al disordine o puoi produrlo. Se pensi questo ti arrivano le forze per ripulire, per fare il bene che ancora non hai fatto.

— Franco Arminio, La cura dello sguardo, piccola farmacia poetica, Bompiani, 2020.

Mi piace parlare di errori. C’è chi con ogni evidenza sa farlo molto meglio del sottoscritto.

Meglio i caviomorfi

Nel 1954 il ricercatore Muzafer Sheridan condusse un (divenuto poi) famoso esperimento di psicologia sociale: voleva provare il comportamento comunitario di due gruppi, come si formano lealtà e come facilmente si possa trovare un pretesto per litigare.

Durante l’esperimento le animosità sono state innescate e disinnescate per testare la tenuta delle comitive, e si è visto che i conflitti diminuivano solo quando i gruppi erano impegnati su obiettivi che prevedevano sforzi comuni.

Mai prima d’ora è stato così chiaro che il nostro lavoro, il nostro comportamento e il nostro destino sono inestricabilmente legati a coloro che ci circondano. Lavorare insieme per controllare il virus avrebbe dovuto essere l’obiettivo finale condiviso. Eppure, di fronte all’invasione virale, gli americani non potevano accettare di non starnutire l’uno sull’altro. Mentre combatteva la pandemia, l’America è rimasta una delle nazioni più polarizzate del mondo.

Ne parla Dhruv Khullar sul New Yorker.

La polarizzazione negli USA la viviamo evidentemente anche in Italia, seppur con percentuali differenti. Il conflitto pare sia l’unico traguardo possibile per molti utenti dei social network, Twitter in maniera particolare, di tante testate giornalistiche e di organizzazioni criminali. Le bugie, lo strumento per raggiungerlo. Nemmeno un obiettivo così enorme come la fine della pandemia, apparentemente sproporzionato rispetto alle singole esigenze personali di miliardi di persone, ci incentiva a trovare la motivazione comune per impegnarci a conquistarlo attraverso la vaccinazione.

Meglio i caviomorfi che noi.

Restare a casa nel metaverso

Facebook è nato per rivalsa nei confronti una ragazza ed è maturato come piattaforma di comparazione estetica di studentesse universitarie. Che risposta si poteva aspettare da Meta una utente molestata su Horizon Worlds?

Dopo un processo di revisione interna ha concluso che la beta tester avrebbe dovuto usare uno strumento chiamato “Zona sicura” che gli utenti possono attivare se si sentono minacciati. Lo strumento di fatto ti relega in una bolla protettiva e impedisce alle persone di interagire con te finché non esci dalla bolla. È l’equivalente digitale di dire alle donne che se non vogliono essere molestate mentre camminano per strada dovrebbero restarsene a casa. La cara vecchia misoginia con una nuova confezione adatta all’era digitale.

L’articolo di Arwa Mahdawi sul The Guardian, tradotto da Internazionale.

Off topic: in ginocchio per la geniale introduzione, un manifesto da condividere.

Attenzione: questo articolo contiene diversi riferimenti al metaverso, un termine alla moda estremamente fastidioso che persone estremamente fastidiose adorano seminare qua e là, di solito assieme a “blockchain” e “ntf”. Se siete più o meno come me, leggendo la parola “metaverso” potreste sentirvi morire dentro, perciò voglio prepararvi.