L’energia della riparazione

GLI ERRORI. Spesso siamo vittime di errori. Da parte nostra e da parte degli altri. Possiamo passare tanto tempo ad accusare, ad accusarci. Non è tempo speso bene. Dobbiamo considerare che nell’errore c’è l’energia della riparazione. E va usata tutta. Senza l’errore non avresti avuto quell’energia. Sembra quasi che la vita per andare avanti abbia bisogno della spinta dell’errore. E se pensavi di aver fatto al meglio un certo compito ti accorgi che dopo l’errore ti è venuta un’attenzione più grande, un clamore che dilata la vista e ti fa vedere la peluria che c’è in ogni secondo, il clamore che resiste anche nei silenzi più grandi. Non devi benedire gli errori, non li devi cercare. Semplicemente quando arrivano ti devi raccogliere e metterti a fare un lavoro buono, per te stesso o per gli altri. Gli errori non ti vogliono insegnare niente e tu non puoi insegnare niente a loro. Chi ti insegna qualcosa è il tempo che passa. Certi errori dieci anni fa li avresti usati molto peggio. Il tempo che passa ti aiuta a capire che la vita procede in disordine e a volte puoi trovarti in mezzo al disordine o puoi produrlo. Se pensi questo ti arrivano le forze per ripulire, per fare il bene che ancora non hai fatto.

— Franco Arminio, La cura dello sguardo, piccola farmacia poetica, Bompiani, 2020.

Mi piace parlare di errori. C’è chi con ogni evidenza sa farlo molto meglio del sottoscritto.

Meglio i caviomorfi

Nel 1954 il ricercatore Muzafer Sheridan condusse un (divenuto poi) famoso esperimento di psicologia sociale: voleva provare il comportamento comunitario di due gruppi, come si formano lealtà e come facilmente si possa trovare un pretesto per litigare.

Durante l’esperimento le animosità sono state innescate e disinnescate per testare la tenuta delle comitive, e si è visto che i conflitti diminuivano solo quando i gruppi erano impegnati su obiettivi che prevedevano sforzi comuni.

Mai prima d’ora è stato così chiaro che il nostro lavoro, il nostro comportamento e il nostro destino sono inestricabilmente legati a coloro che ci circondano. Lavorare insieme per controllare il virus avrebbe dovuto essere l’obiettivo finale condiviso. Eppure, di fronte all’invasione virale, gli americani non potevano accettare di non starnutire l’uno sull’altro. Mentre combatteva la pandemia, l’America è rimasta una delle nazioni più polarizzate del mondo.

Ne parla Dhruv Khullar sul New Yorker.

La polarizzazione negli USA la viviamo evidentemente anche in Italia, seppur con percentuali differenti. Il conflitto pare sia l’unico traguardo possibile per molti utenti dei social network, Twitter in maniera particolare, di tante testate giornalistiche e di organizzazioni criminali. Le bugie, lo strumento per raggiungerlo. Nemmeno un obiettivo così enorme come la fine della pandemia, apparentemente sproporzionato rispetto alle singole esigenze personali di miliardi di persone, ci incentiva a trovare la motivazione comune per impegnarci a conquistarlo attraverso la vaccinazione.

Meglio i caviomorfi che noi.

Restare a casa nel metaverso

Facebook è nato per rivalsa nei confronti una ragazza ed è maturato come piattaforma di comparazione estetica di studentesse universitarie. Che risposta si poteva aspettare da Meta una utente molestata su Horizon Worlds?

Dopo un processo di revisione interna ha concluso che la beta tester avrebbe dovuto usare uno strumento chiamato “Zona sicura” che gli utenti possono attivare se si sentono minacciati. Lo strumento di fatto ti relega in una bolla protettiva e impedisce alle persone di interagire con te finché non esci dalla bolla. È l’equivalente digitale di dire alle donne che se non vogliono essere molestate mentre camminano per strada dovrebbero restarsene a casa. La cara vecchia misoginia con una nuova confezione adatta all’era digitale.

L’articolo di Arwa Mahdawi sul The Guardian, tradotto da Internazionale.

Off topic: in ginocchio per la geniale introduzione, un manifesto da condividere.

Attenzione: questo articolo contiene diversi riferimenti al metaverso, un termine alla moda estremamente fastidioso che persone estremamente fastidiose adorano seminare qua e là, di solito assieme a “blockchain” e “ntf”. Se siete più o meno come me, leggendo la parola “metaverso” potreste sentirvi morire dentro, perciò voglio prepararvi.

Dove ci rifuggiremo

Questo articolo di Ian Bogost, tradotto da Internazionale, l’avevo nella lista dei post da leggere su Pocket dallo scorso febbraio 2020. Sono passati quasi due anni, sono riuscito a leggerlo solo di recente: quanto mi sembra antico. L’idea era che grazie allo, o per colpa dello, smartphone, il lavoro ce lo portiamo ovunque, soprattutto a casa: chi lo avrebbe mai immaginato che, nelle settimane immediatamente successive, avremmo lavorato soprattutto da casa.

Il problema dei nostri antenati si è capovolto: la casa è diventata una prigione di comodità da cui possiamo scappare solo se qualcuno ci aiuta a farlo.

La casa era ancora un non luogo, un posto di passaggio dove non vivere la nostra vita, un porto e non la nave. Un rifuggio. Chi ci restava sceglieva di farlo, spesso per rifugiarsi nei milioni di contenuti disponibili online e fruibili tramite i propri dispositivi personali. Poi il Covid-19.

Come diceva Augé, la gente è sempre a casa, e contemporaneamente non c’è mai.

Ora a casa ci lavoriamo. E lavoriamo ovunque.

Un tempo l’espressione “portarsi a casa il lavoro” significava trasportare fisicamente il lavoro dall’ufficio: documenti all’interno della ventiquattr’ore e liste con le telefonate da fare chiusi nello studio. Oggi è solo un modo per indicare un’attività più concettuale e olistica. Grazie ai computer portatili, agli smartphone, alla banda larga, alle applicazioni e ai servizi cloud, chiunque può lavorare in continuazione: mandare email da sotto il tavolo da pranzo, rispondere a messaggi su Slack dopo aver chiuso la portiera dell’auto e prima di aver aperto il portone di casa, analizzare le spese familiari fotografando gli scontrini sul ripiano della cucina.

Per quanto non mi piaccia lavorare da casa, la fortuna è che ci siano stati computer portatili, smartphone, banda larga, applicazioni e servizi cloud. Sarebbe stata una catastrofe, altrimenti.

Ma dove ci rifuggiremo in futuro — pandemie permettendo — per scappare dai nostri impegni?

Di questa nostra terrestrità

Anche perché a furia di berciare di identità, dovremmo tornare alla nostra identità, di genere umano, anzi: di terrestri. [Carla] Benedetti sostiene che la nostra identità primaria e forse unica […] è quella di «terrestri». Se ci pensate, e assumete il punto di vista, è una considerazione rivoluzionaria.

L’essere terrestri è la nostra identità primaria e più evidente, ma è anche la più rimossa. Siamo terrestri, appunto. E di questa nostra terrestrità […] dobbiamo farci carico, anche perché da troppo tempo stiamo facendo esattamente il contrario.

Come potete immaginare, sono molto d’accordo. Eppure, ho come l’impressione […] che dall’antropocene siamo passati all’età dell’ineluttabile, dell’indifferenza: del cazzocene (frega).

Giuseppe Civati, L’ignoranza non ha mai aiutato nessuno, People 2021.

Blog significa condividere

Lo stile, la modalità di scrittura, i temi che ho trattato durante gli ultimi più o meno recenti post di questo blog mi hanno costretto a una gabbia dalla quale non mi è facile uscire: mi sono divertito e ancora mi diverte scrivere con un ritmo che canzona la voce parlata1, ma questa forma mi ha portato ad accumulare tante bozze che non ho mai pubblicato e che forse mai pubblicherò a causa del tempo, dell’approfondimento che manca o del disinteresse sovraggiunto.

Ho deciso quindi di segnare un cambio di passo per questo blog.

Questo non significa che pubblicherò di più, o almeno non è detto, né che pubblicherò meglio, e nemmeno questo è detto: significa che tenderò a pubblicare tutti i link, le citazioni, gli spunti che mi trovo ad accumulare nelle mie note e che non ho mai postato, dare un posto al materiale che non avrebbe posto altrimenti e dare più spazio a riflessioni senza i paletti di una forma che, non avendone carattere né peso, mi limita.

Questo significa condividere.


  1. Ispirazione fatta malissimo della scrittura non convenzionale con cui Paolo Nori mi affascina nei suoi libri.

Sei vivo, cretino!

La vita è piena di tristezza e tragedie. Al tempo stesso però è piuttosto divertente.

Questo articolo dell’Atlantic tradotto da Internazionale mi ha fatto venire in mente due cose. Una è che dovremmo prenderci tutti, me compreso, tutti maledettamente meno sul serio. Che saper dosare umorismo e gravità, dando precedenza alla prima delle due, non è un lusso ed è alla portata di tutti. E poi mi ha fatto ripensare a questo brano di Mannarino, brano che ha un finale — ma anche un durante — ma un finale che ti vien da pensare che a volte, spesso, quasi sempre, a volte dovremmo ridere di più; che la vita quella è, poi si consuma e finisce, come tutto, e non ce lo possiamo permettere che finisca con la fronte corrucciata.

Alla fine si può immaginare

In uno dei miei viaggi per raggiungere il lavoro, nel viaggio da 800 km in un treno pieno e senza distanziamento, in un treno dove i posti vuoti erano pochi, in questo treno all’altezza di Firenze è salito un ragazzo, un ragazzo africano visibilmente malmesso, un ragazzo con evidenti difficoltà economiche, un ragazzo povero, si può dire povero? Questo ragazzo povero è salito sul treno e si è seduto e non aveva il biglietto, né aveva il Green Pass. Aveva bisogno di viaggiare.

Il controllore, che ora si dice train manager, si può dire train manager?, il train manager lo ha capito subito che non aveva il biglietto, e che non aveva il Green Pass, e che aveva bisogno di viaggiare, e lo ha capito che evidentemente i train manager c’hanno un sesto senso nel capire chi non c’ha il biglietto, o non c’ha il Green Pass, oppure sono razzisti. E quindi gliel’ha chiesto, al ragazzo, se ce l’aveva il biglietto, e gli ha chiesto pure se ce l’aveva il Green Pass. E lui niente, il ragazzo non ce l’aveva, né l’uno né l’altro, e allora il train manager non gli ha detto Scendi, gli ha detto Spostati in un’altra carrozza. Che io, e questo ragazzo, e tutti gli altri, noi eravamo nella carrozza Business. Uno senza biglietto, senza Green Pass, col bisogno di viaggiare, e soprattutto uno povero, non poteva mica stare nella Business. Nell’altra carrozza sì, anche senza biglietto e senza Green Pass, pure senza viaggiare davvero, guarda, ma da povero nella Business no.

Il ragazzo, quello con evidenti difficoltà economiche, al train manager gliel’ha detto che era povero, perché pare si possa dire, se c’hai dignità. E se sei povero, normalmente, di dignità ne hai da vendere. Gli ha detto Io non posso mangiare, gli ha detto. Gli ha detto Ce l’hai una pistola? Se ce l’hai sparami, ammazzami qui. Io voglio arrivare a Torino Porta Nuova, se non posso arrivarci sparami, se ce l’hai una pistola. Così gli ha detto. Ma il train manager non ce l’aveva la pistola.

E tutti gli altri, me compreso, tutti ci siamo fermati, pochi decimi di secondo, ci siamo bloccati un attimo, con gli occhi sgranati e fissi e freddi, poi abbiamo ripreso a pigiare sui tasti dei nostri PC o a scrollare sui nostri smartphone, che la vita va avanti. E il treno pure.

Alla fine è andata come puoi immaginare, alla fine è arriva la polizia, alla fine lo ha fatto scendere a Bologna, che non gli interessava mica, agli agenti, si può dire agenti?, che era povero. Alla fine si può immaginare.

Ecco, e quindi niente, e quindi pensavo che se un ragazzo povero non può viaggiare, se non può raggiungere Torino, e forse la Francia, e forse oltre, se un ragazzo con evidenti difficoltà economiche non può viaggiare in treno, se abbiamo anche paura a dirlo, che è povero, che la povertà ci fa paura, se il train manager gli va subito a controllare il biglietto perché è povero, pensavo: abbiamo fallito. Pensavo che abbiamo perso.

Il train manager, la polizia, quelli che scrivevano al PC, gli altri che scrollavano con lo smartphone, io e pure te che stai leggendo. Tutti, abbiamo fallito. Si può dire tutti?