Podcast, i miei ascolti del 2018

Tutto è nato con la radio. C’erano un paio di programmi che non riuscivo ad ascoltare in diretta¹, per tempo e per orari, di cui quindi ne ascoltavo la registrazione. A quelli se ne aggiunsero altri, poi format pensati ad-hoc per il canale: oggi non ne posso fare a meno.

Non ho molto tempo libero, ma quando capita mi infilo un auricolare² e ascolto podcast. Mentre sono in palestra, o quando mi sbarbo, o durante la guida o quando mi capita di stirare (sì, va bene, succede poche volte, ma succede). È una forma di reinvestimento di un tempo che, dal punto di vista dell’ascolto e dell’attenzione, andrebbe altrimenti sprecato. Se non ho bisogno di concentrarmi su quello che sto facendo, apro Pocket Casts. Tecnologia, politica e informazione gli argomenti principali, il mio audio giornale.

Visto che dicembre è tempo di classifiche, mi piace condividere quelli che ascolto con continuità o, se terminati, che ho ascoltato durante l’anno.

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Forma, qualità e funzione: la ricerca del punto debole

Ho programmato codice per tanti anni, poi ho smesso, come con le sigarette. Ora fumo qualche sigaro di tanto in tanto, e quando ne capita l’occasione mi faccio di bash scripting. Non ne sento la dipendenza ma sporadicamente un costrutto, un array o un if concatenato aiutano a migliorare il mio stato psico-fisico, a soddisfare la mia assuefazione nerd. Una tiratina di shell e via, la dose giusta per non ricadere nell’abitudine. Un po’ di confusione, poi mi sento meglio di prima.

Quando mi avvelenavo in Monokai l’alterazione mi portava in uno stato sensoriale in grado di aiutarmi a puntare solamente a due obiettivi e a scansare qualsiasi altro elemento di realtà: il miglioramento formale, qualitativo e funzionale del codice che scrivevo e la riduzione al minimo di bug. Era una fissazione. Non ne uscivo. Era un complesso che si è trasformato in una caratteristica di lavoro e di cura della mia produttività. Forma, funzione, qualità e correzione degli errori. Il regalo della mia ex vita da editor-dipendente.

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Acqua e vento, Facebook

C’era un amico che in maniera goliardica quando si congedava salutava con un malaugurante «acqua e vento!»: invece di augurare buona giornata o buona salute, lui si accomiatava auspicando tempesta. Acqua e vento!, e andava via.

Mi è venuto in mente quando, qualche giorno fa, ho letto della violazione di dati per oltre 50 milioni di utenti da parte di hacker a causa di una vulnerabilità di Facebook. Ho ricordato il suo modo di abbandonare la scena, il suo chiudersi la porta alle spalle e augurare allegramente il peggio: acqua e vento!, Facebook. Perché è la goccia, come si dice, quella che il vaso lo ha fatto traboccare. È l’incentivo definitivo alla cancellazione del mio account. Facebook non ritiene una priorità gestire i miei dati né proteggere la mia privacy. Quindi addio, adieu, adiós, wather and wind!

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La passione scava l’abitudine

Una delle cose che sono finalmente riuscito a fare durante il corso delle ultime due stagioni – oltre a cercare una risposta – è stata ricominciare a leggere. Ero un lettore vorace, facocitavo pagine e pagine sia su carta che in ebook: romanzi, narrativa, saggi; poi è arrivata mia figlia e basta, solo copertine. Non era il tempo che mancava, o almeno non solo: era lo stimolo alla lettura ad avermi abbandonato. C’era altro da fare, altro di prioritario, di importante, di urgente. I libri? Soprammobili da spolverare.

Dalla scorsa primavera, invece, i libri hanno ripreso a lasciare il comodino e a raggiungere il proprio posto – letti – in libreria, dove forse un giorno qualcuno li risveglierà. Avevo deciso: non avevo tempo ma dovevo trovarlo. Anni fa scrissi su un mio vecchio blog poi chiuso come tanti miei vecchi blog, scrissi che chi non legge non ha scuse: non vuole leggere. Perché il tempo e la motivazione, scrivevo, quei pur pochi minuti di concentrazione quotidiana li trovi, se vuoi. Era un’analisi dura: il tempo per la lettura, un tipo speciale di tempo da dedicare e da dedicarsi, quel tempo è a disposizione di tutti, basta volerlo. Se non lo trovi, anzi: se non lo cerchi è perché non ti interessa. Quel tempo c’è. Ne ero convinto. Non avevo figli, coi figli solo copertine.

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Mi vendo la privacy che non ho

Dare la colpa a Google è una soluzione di comodo. Ci permette di prendere di mira un nemico che sembra degno di essere combattuto. Ma il nemico di questa invasione della privacy dei dati non è il cattivo di un fumetto che possiamo affrontare, mettere in difficoltà e sconfiggere. È una creatura oscura e indefinibile, un mormorio spaventoso e lovecraftiano, impossibile da vedere, tantomeno da toccare e sconfiggere. […] Se non sono i siti web, saranno i prodotti farmaceutici. Se non sono i dati di localizzazione, saranno i beni consumati in famiglia. Se non sono i like e le condivisioni, saranno i rendiconti bancari e i dati demografici. I nostri dati sono ovunque, e da nessuna parte, ed è impossibile sfuggire a loro e alle loro conseguenze.

I nostri dati sono ovunque. Possiamo limitarne l’accesso, ma non smetteremo di usare Google, né Facebook, né il web. È una battaglia impari e già persa, scrive Ian Bogost.

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Che lavoro fai? Risoluzione di una crisi professionale

Non amo il mare, meno ancora amo passare un lungo periodo di vacanze al mare. Non amo il sole, in verità, né starci nelle ore più calde della giornata. Né la sabbia, né il sale, né l’abbronzatura. Ma il mare si deve fare, diceva mio nonno, e io l’ho fatto. Per i bambini è necessario lo iodio, dicono, e la vitamina D, e allora mare.

Al mare ho conosciuto molte persone. Merito di mia figlia: è una stalker. Ha fermato ogni bambino dagli zero ai 10 anni, si è presentata e ne ha chiesto il nome. Tutti, nessuno escluso. Abbiamo fatto molte amicizie. Abbiamo condiviso chiacchierate sul bagnasciuga, caffè al bar, amari serali sul bordo piscina quando i bambini – finalmente – ronfavano nei passeggini, e sudate appresso le pesti: tante sudate. E domande, tipo da dove vieni?, come ti trovi?, che ne pensi sullo iodio? e della vitamina D? resti una settimana o due?, che lavoro fai?

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Tutti comunichiamo e dovremmo sapere come farlo

La settimana scorsa mi trovavo fermo in auto in attesa che un’area di sosta si liberasse e mi fosse possibile parcheggiare, segnalando il mio intento con le quattro frecce attive e la retromarcia innestata. Un motociclista, non appena l’altra ha sbloccato l’accesso alle strisce, si è apprestato arrogantemente ad occupare il mio posto (me lo ero conquistato con minuti di noia e pazienza!) lasciandomi a metà manovra e rischiando di prenderlo in pieno. Il centauro in t-shirt è sceso dallo scooterone, ha gesticolato qualcosa nei miei confronti come risposta alla suonatina di clacson ed è entrato nella tabaccheria di fronte. L’uomo aveva stampato sul petto, in bella evidenza, il logo di un’azienda nostra cliente. Ne era, visibilmente, un dipendente.

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Il team diversificato e le competenze non convenzionali

Se vuoi stabilire connessioni innovative, non devi possedere lo stesso bagaglio di esperienze che hanno tutti gli altri

— Steve Jobs, 1982

Sono un informatico per formazione e inclinazione, ho lavorato nell’ambito dello sviluppo (prima) e della consulenza (poi) preferendo sempre un approccio poco accademico e quanto mai ortodosso alle soluzioni tecnologiche. Non ho perciò mai avuto parecchie difficoltà a partecipare ai brief creativi della nostra agenzia, a contribuire con proposte poco conservatrici verso i precetti di branding e di comunicazione B2B, più razionali e analitiche che promozionali. Ho sbagliato, ho imparato, mi sono confrontato, ho partecipato, ho rubato, ho studiato e ancora studio, ma la mia formazione eretica mi ha permesso di contribuire con un punto di vista meno astratto e più pratico.

Sono dell’idea che la disomogeneità di esperienze e di competenze, la varietà di capacità e di attitudini, il dinamismo e gli approcci estroversi generano originalità e creatività.

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