Intanto decidi

Reagire adeguatamente a una situazione è una caratteristica umana e saper valutare le conseguenze di una reazione sproporzionata è fondamentale.

Luca Sofri, partendo dai fatti di Voghera e concentrandosi sui giornali, lo racconta in maniera splendida.

Prendo, e lo faccio in punta di piedi, in prestito il ragionamento e lo amplio, lo applico a ogni contesto lavorativo, più o meno importante che sia, e lo stendo sul mio trascorso professionale per farne esperienza: bisogna saper decidere.

Bisogna imparare a discernere una scelta corretta da una sbagliata, portare e portarsi verso la direzione migliore. Bisogna saper pesare le scelte, impararea farlo, e provare a centrare quella gusta. Bisogna allenarsi a farlo nel tempo opportuno, a maggior ragione se c’è fretta. Bisogna trovare il modo per limitare gli errori, livellare verso il basso le conseguenze negative, o evitare quelle esagerate, o valutarle e anticiparne la gestione, quanto meno. Poi c’è l’errore, c’è l’eccezionale, quella resta, quella capita, fa parte del gioco, che se te ne scappa una succede, pazienza. Intanto però decidi.

“Il lavoro dei giornali è dare le notizie”, si dice spesso dai giornali per giustificare scelte che vengono spesso criticate. È vero ed è ovvio insieme: è come dire che il lavoro del lattaio è vendere il latte, e trascurare se il latte sia scaduto o se vi abbia dato il resto sbagliato. È come dire che il lavoro dell’architetto è fare le case se la casa è crollata. Eccetera. Il lavoro dei giornali è decidere quali siano le notizie e decidere come raccontarle.

Adesso state fermi

Io non lo so se voi sapete vagliare in autonomia le fonti di informazione o se cascate come pere cotte su qualsiasi bufala lèggiate, non lo so mica, voi sì. E non lo so se sapete che i social network, tutti i social network, anche quelli dove ci mandiamo solo i messaggini e non c’è pubblicità, anche quelli, tutti sono progettati per massimizzare la redditività delle aziende che li gestiscono, non per il nostro benessere, non lo so mica se lo sapete, se ne siete consapevoli. E non lo so se sapete che non è colpa di Internet, che Internet ha accelerato il processo, ma che già prima non stavamo messi poi granché meglio, e che le conseguenze di questi comportamenti collettivi, queste modalità di vivere le reti sociali, non lo so se lo sapete, sono gravi, sono manomissioni elettorali, sono malattie, sono carestie, razzismo ed estremismo violento sono. Sono conflitti. Ecco, lo sapete da voi ciò che sapete, io non lo so, ma so che siamo sull’orlo del baratro, e che qui si scivola forte. Perciò adesso state fermi.

[…] stiamo scaricando i nostri processi evoluti di raccolta di informazioni sugli algoritmi, sebbene questi algoritmi siano in genere progettati per massimizzare la redditività, con incentivi spesso insufficienti a promuovere una società informata, giusta, sana e sostenibile

Il Post sulla ricerca.

Porsi il problema

Il Garante per la protezione dei dati personali ha bloccato l’utilizzo di SARI (Sistema Automatico di Riconoscimento Immagini) Real Time, un sistema di riconoscimento facciale in forza alla Polizia di Stato e capace di riconoscere i dati biometrici di una persona confrontandoli con un vasto database posseduto dalle forze dell’ordine. Si applicherebbe un trattamento automatizzato su larga scala non autorizzato: conclusione legittima, oltre che scontata.

[…] Si determinerebbe così una evoluzione della natura stessa dell’attività di sorveglianza, che segnerebbe un passaggio dalla sorveglianza mirata di alcuni individui alla possibilità di sorveglianza universale.

Ogni giorno nello sviluppare software o nell’assistere l’infrastruttura server, nel monitorare la connettività, lo storage o il funzionamento dei sistemi, nel manipolare o gestire le enormi moli di dati che ci passano sotto al naso, ci poniamo dubbi a garanzia della tutela dell’utente, ci arrovelliamo nella ricerca di soluzioni che pongono grossi limiti al nostro operato ma che contestualmente assicurano il rispetto dell’identità, delle comunicazioni e dei documenti dei clienti che trattiamo, prendendocene la totale responsabilità.

Al Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno evidentemente nessuno si è posto il problema.

Un buon programmatore è elegante e conciso

All’epoca le capacità della maggior parte dei computer erano molto limitate. La memoria dell’Ibm 704 poteva contenere solo quattromila parole. Un buon programmatore era elegante e conciso, non usava mai una parola di troppo. Erano poeti dei bit. “Era come lavorare con una serie di rompicapi logici”, racconta Wilkes. “Sono ancora molto pignola e precisa. Fino all’eccesso. Noto ogni minimo dettaglio”.

Al di là dell’importante apporto che questo articolo di Internazionale aggiunge alla ricostruzione del ruolo femminile nella storia dell’informatica, uno dei passaggi della Wilkes che mi è capitato di evidenziare è questo legato alla puntigliosità con cui, per la scarsità delle risorse e il prestigio del lavoro, veniva scritto il codice.

Oggi le risorse abbondano, scrivere codice è infinitamente più semplice – in rapporto alle complessità delle tecnologie per le quali si sta sviluppando – e di guide, framework e stralci di codice che fanno già le cose che bisognerebbe programmare per farle ne è pieno il web. Scrivere codice gustoso, asciutto e raffinato nelle soluzioni non può essere solo il vezzo di qualche informatico fobico, è una caratteristica che bisognerebbe pesare correttamente nella selezione e valutazione di progetti e sviluppatori. Oggi non succede a sufficienza.

Combattere il virus combattendo paura e ignoranza

Questo articolo di Gina Kolata è stato tradotto e pubblicato su Internazionale lo scorso maggio 2020. È invecchiato di un anno ma ha anticipato quello che sta accadendo: le persone stanno mettendo personalmente fine alla pandemia, nonostante dal punto di vista medico sia tutt’altro che terminata. Sfiniti e frustrati, ignorano le restrizioni: la Pasqua del 2021, ad esempio, è stata presa decisamente molto più alla leggera della Pasqua del 2020, nonostante le restrizioni siano state sostanzialmente le stesse.

Bisognava combattere ignoranza e paura per combattere il virus. Oggi bisogna combattere ignoranza e paura per favorire i vaccini. Ne usciremo.

Dobbiamo essere pronti a combattere la paura e l’ignoranza con lo stesso impegno con cui combattiamo il virus, altrimenti la paura infliggerà danni enormi alle persone più vulnerabili, anche in luoghi dove non viene registrato nemmeno un caso di contagio. Un’epidemia della paura può avere conseguenze terrificanti, soprattutto se abbinata a problematiche legate alla razza, al privilegio e alla lingua.

Pancia e testa

Se c’è una cosa che ho imparato a fare bene bene è fallire. Non parlo di problemi finanziari, mi riferisco a progetti su cui ho investito male, parlo di lavoro, di tempo sprecato, se vogliamo, di scommesse perse. Parlo delle volte in cui ho messo testa e pancia in un obiettivo lavorativo, puntandoci tempo, denaro e contatti, giocandoci forte e calando tutte le mie carte, restando alla fine con le solite pive nel sacco e le famose esperienze acquisite.

Ecco, questa volta no, questa volta è stato diverso.

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La grande lentezza

Le leggi antitrust e quelle sulla privacy non sono adeguate, e forse non lo saranno mai, alla velocità, alle innovazioni e alla mole di dati dell’economia digitale. Queste mancanze della politica generano conseguenze gravi, dice Evgeny Morozov, prendendo a pretesto i nuovi investimenti in campo assicurativo di Google e la recente acquisizione di Fitbit.

Nell’iniqua società digitale di oggi il potere finisce regolarmente nelle mani di chi ne ha già troppo, alimentando il risentimento popolare verso le élite e favorendo la nascita di teorie del complotto sull’onnipotenza della Silicon valley. Invece di creare istituzioni che possano aiutare i più deboli, i politici continuano ad affidare la responsabilità di contrastare i giganti della tecnologia ad autorità che usano metodi obsoleti. Solo adottando una soluzione politica e non tecnica potremo risolvere la disuguaglianza radicata nella moderna economia digitale.

Astrattamente tutelati

Google chiuderà i rubinetti di Google Photos. La trovo un’ottima occasione per riflettere e ripensare seriamente a due cose, entrambe importanti.

La prima, legata strettamente al tema fotografia, è la bulimia di scatti che produciamo e conserviamo seppur senza meritarlo. La seconda, forse più importante, è la fiducia che affidiamo ai servizi cloud, gratuiti o a pagamento che siano, e a quanto ne siamo diventati dipendenti.

Da quando è nata mia figlia non ho fatto altro che usare la fotocamera del mio smartphone, molto più di prima, molto più di quando usavo una reflex. E ho conservato tutto: foto scattate bene, foto scattate male, foto a occhi chiusi, foto sfocate. Google archivia tutto, che bisogno c’è di cancellarle? Non ne ho mai fatto una seria selezione. Ecco, oggi mi viene offerto lo spunto per iniziare.

Come Google anche Dropbox, Amazon, Microsoft, Apple, Box e tanti altri offrono spazio gratuito per gestire foto e documenti. Ma i nostri dati sono realmente al sicuro? Sono davvero tutelati? Quando le aziende decideranno di cambiare le logiche di storage dei nostri documenti, quanto costerà realmente il trasferimento da una piattaforma all’altra? Forse è arrivato il momento di iniziare ad adottare soluzioni self-hosted?

Non ho risposte, e non perderò l’occasione di rifletterci. Ma intanto ho già un account Google One. Mi sento falsamente tutelato. Le mie foto sono ancora astrattamente al sicuro, finché Google non deciderà diversamente.

Photo by Dollar Gill on Unsplash