Nuove gentilezze

Perché quella che i giornali chiamano – con loro grande sollievo personale – la fogna del web, non è più un giardinetto per bambini viziati o per maniaci in libera uscita ma – banalmente – l’ambito culturale delle relazioni di milioni di cittadini. E mentre qualcosa di insospettabilmente ironico oggi ci mostra giornali pieni di odio, trasmissioni TV piene di odio, programmi radiofonici pieni di odio, politici pieni di odio che si scatenano tutti assieme contro gli odiatori del web, sembra ogni giorno più chiaro che avremo bisogno al più presto di nuove intelligenze e nuove culture, nuove forme di rispetto e nuove gentilezze, in un universo di relazioni che vanno ripensate da capo. Raggiunte le quali potremo tranquillamente – insieme a Liliana Segre ed alla memoria gigantesca che quella donna ha mantenuto viva per tutti noi – recintare gli odiatori di Liliana nell’angolino che meritano, insieme a tanti gallonati altri odiatori in servizio permanente effettivo da tempo e ovunque. Dentro e fuori dal web.

È evidentemente una fantastica utopia, ma condivido appieno.

Niente è troppo poco

Se escludiamo obiettivi tosti e vincolanti, come perdere molti chili per motivi di salute o allenarsi per la preparazione ad una gara sportiva agonistica, pare sia sbagliato ritenere che accontentarsi di un quantitativo di operazioni minime giornaliere, quantificate per minuti di attività o ripetitività, sia l’approccio corretto a un problema. Fare almeno dieci minuti di camminata o almeno cinque minuti di meditazione al giorno, per dire, ci condiziona: ci pone nella posizione di valutare sufficienti quelle poche attività minime per raggiungere il nostro obiettivo.

Fare qualcosa, invece, è meglio che non farla. Fare attività fisica, qualunque sia il tempo che riusciamo ad impegnare durante una giornata, è sempre meglio che stare seduti al divano o alla scrivania. Così col resto. Ne scrive Oliver Burkeman, lo traduce Internazionale.

Idealmente, dovremmo smettere di pensare ai comportamenti sani in termini di minimi: nell’ambito del ragionevole, dovremmo fare tutta l’attività fisica che possiamo, non quel poco con cui ce la possiamo cavare, pur ricordando che niente è troppo poco perché non valga la pena di provarci. Questo è un approccio sensato a tanti aspetti della vita, dall’essere un buon amico al prestare attenzione ai propri figli, dal risparmiare soldi a ridurre il proprio impatto ambientale. Per quanto facciamo, non sarà mai abbastanza. Ma questo non è un buon motivo per non fare nulla, anzi è proprio un buon motivo per fare qualcosa.

Fare “un minimo di” ci fa rinunciare appena l’obiettivo è stato raggiunto, non ci aiuta ad andare oltre, ad osare, a superarci. Inoltre ci condiziona negativamente qualora non dovessimo riuscirci.

Riflettevo che la stessa considerazione la si può applicare alle attività di lavoro. Pensare di chiamare almeno una volta al mese il cliente, scrivere almeno due articoli per il blog alla settimana o fare un brief col team almeno una volta ogni quindici giorni, ci pone nella stessa condizione: non ci fa andare oltre, ci accontenta. Se si può chiamare un cliente due volte, perché non farlo? Se c’è il modo di pubblicare un post in più, perché non scriverlo? Perché accontentarci? Niente è abbastanza, se abbiamo modo di farlo.

Va bene organizzarsi per acquisire buone abitudini, ma è sempre meglio fuggire dai minimi e fare qualcosa, invece che non farla.

Voleva diventare valuta

PayPal voleva diventare valuta, pressata dal mondo finanziario è diventato un gateway di pagamento. Libra voleva diventare valuta, pressata dal mondo finanziario diventerà – probabilmente – un gateway di pagamento. PayPal voleva riprovarci con Libra, a diventare valuta, ma ha capito l’antifona e ne è uscita.

Scuola, educazione e interfacce digitali

Sembra più una miscela di associazioni, fondazioni, società e istituzioni che a vario titolo provano a inforcare il ricco piatto di fondi europei, e non una iniziativa di presa di coscienza e di azione per tentare di ridurre il divario digitale culturale in Italia. Ma tant’è, la Presidenza del Consiglio dei Ministri – e il Team per la Trasformazione Digitale – ha lanciato l’iniziativa Repubblica Digitale.

A Massimo Mantellini, che ne sa certamente molto più di me – e probabilmente anche molto più di loro – non ha fatto proprio una buona impressione. Ne parla qui e suggerisce qualche alternativa.

[…] cosa potrebbe fare allora lo Stato per provare a ridurre il digital divide culturale italiano? Pochissime cose purtroppo e tutte dall’esito incerto e a lungo termine. Nulla insomma di utilizzabile politicamente, nulla che consenta di distribuire denaro a nuovi improvvisati testimoni di Geova digitali che verranno domani a bussare alle vostre porte.

Le cose che si potrebbe tentare sono, secondo me, solo tre. Due di queste riguardano la scuola ed erano state in parte immaginate a suo tempo dal Piano Digitale naufragato fra mille incertezze. La prima è incentivare le pratiche digitali da parte dei docenti. Invece che versare denari a Telefono azzurro si potrebbe immaginare di pagare meglio gli insegnanti che alzano la qualità della didattica utilizzando gli strumenti digitali in classe. Soldi per la qualità digitale, insomma, coding compreso. La seconda è convertire le ore di educazione civica proposte dall’ultimo governo in ore di educazione civica digitale: perché la grammatica di rete è un linguaggio complesso dentro il quale sarà facilissimo perdersi e quello che serve ai nostri ragazzi sono gli strumenti per orientarsi. Chi possa/debba occuparsi di una simile didattica è oggi forse il problema più difficile da risolvere.

Il terzo punto riguarda il team digitale e la PA in generale. Scrivere applicazioni che funzionino, intanto, e offrirle ai cittadini. Copiare il concetto di digital by default immaginato in UK qualche anno fa, secondo il quale qualsiasi relazione fra il cittadino e l’amministrazione deve essere prevista prima attraverso interfacce digitali e poi, solo dopo, mediante l’accesso a sportelli fisici.

Che è una meraviglia

Non pubblico spesso. Non perché non mi piaccia farlo o perché non ne abbia voglia. Non lo faccio perché pubblicare due righe, anche solo due righe, è faticoso in termini di produttività. Significa che ho assorbito una riflessione, che ho maturato il modo di comunicarla e soprattutto che ho avuto – durante interminabili giornate dove lavoro e vita si intrecciano senza requie – il tempo per sintetizzarla, scriverla e rifinirla. A prescindere dai numeri, da chi lo leggerà o dalla validità del messaggio: pubblicare un post è impegnativo. Ma proprio perché oneroso in termini di impegno quotidiano, è una cosa che trovo di una soddisfazione inesprimibile. È una promessa facile da mancare, ma se mantenuta, appaga che è una meraviglia.

Questo mio piccolo piacere Tobias Van Schneider lo ha esteso, sviluppando anche motivazioni più pratiche relative alla proprietà dei contenuti, al miglioramento del proprio lavoro e all’immagine che si dà di se stessi, in questa lettera d’amore al proprio sito web. Ne vale la pena.

Essere proprietario del mio sito web significa che mi preoccupo di quello che faccio oltre a timbrare il cartellino o incassare la busta paga. Dimostra che sono orgoglioso di quello che creo. Se i miei gusti o il mio lavoro o il settore evolve, ho il potere di rifletterlo sul mio portfolio. Se lancio un nuovo progetto, il mio primo pensiero è quello di pubblicarlo nella mia homepage. Con questo blog, posso scrivere articoli che si riconnettono direttamente a me e al mio sito. I social media sono un bel modo per estendere la reach, ma tutto punta a vanschneider.com. È l’unico link che do alle persone che chiedono di me e del mio lavoro, invece dell’URL di una piattaforma o di un social media che non possiedo. Il mio sito è il piccolo posto che ho scavato per me stesso sul world wide web. È mio.

Lo vedo che sei in casa

Al di là delle miriadi di modi in cui può essere usata, la condivisione della posizione è, essenzialmente, un gesto di fiducia e intimità. Questo non significa che quanti non permettono ai loro amici di tracciarli non si fidino di loro, ma per alcuni vedere i pallini luminosi dei propri amici brillare in una mappa tascabile, mentre si muovono nel mondo, fornisce un senso d’interconnessione che rende la perdita di privacy un prezzo accettabile.

Sempre più persone usano applicazioni per condividere la propria posizione in maniera continuata con una ristretta cerchia di amici o con la famiglia.

Le nostre sono generazioni a cui piace complicarsi enormemente vita e relazioni sociali. Siamo stupidi, ansiosi e tormentati. Non giriamoci intorno.

Mentalità scientifica

[…] educazione scientifica non significa solo fornire contenuti nozionistici, ma dovrebbe soprattutto significare insegnamento del metodo scientifico e sviluppo di una mentalità scientifica. In questo senso dunque l’insegnamento delle scienze va inteso come uno straordinario strumento di educazione civica.

Il metodo scientifico consiste innanzi tutto nel prendere atto dei fatti, umilmente e senza alcun pregiudizio ideologico. E anche se i fatti possono contrastare con le nostre idee pregresse, sono queste ultime a dover essere messe in discussione, non i fatti. Appare evidente che questa abitudine mentale dovrebbe essere alla base anche di ogni rapporto sociale. Se ci pensiamo un attimo, tutte le grandi tragedie sociali (guerre, razzismo, sfruttamento dei popoli, ecc.) derivano proprio da una mancata accettazione dei fatti e da un predominio assoluto di pregiudizi, privi di ogni evidenza fattuale. Purtroppo la manipolazione e, nei casi più gravi, la falsificazione dei fatti sono all’ordine del giorno in ambito politico. E la situazione è particolarmente grave nel nostro paese. Se vi fosse maggiore diffusione della mentalità scientifica, sicuramente sarebbe molto più difficile per chi detiene il potere manipolare i fatti e la loro percezione da parte dei cittadini.

Altre fondamentali caratteristiche della scienza sono il rifiuto di ogni principio di autorità, la libera circolazione delle idee, la disponibilità al confronto e all’accettazione delle critiche. […]

La cultura scientifica è inoltre accessibile a chiunque, purché disposto ad affrontare l’impegno necessario per acquisirla. […]

Infine, un’ulteriore caratteristica della scienza è la sua straordinaria capacità autocorrettiva che ne determina una continua evoluzione.

La scienza come educazione civica. Idee per l’approccio al metodo scientifico e al senso critico in ambito educativo. Un vecchio ma attualissimo articolo pubblicato su un numero di Query del 2012 e poi sul sito del CICAP.

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Tutto per tutti

Senza Android, gli smartphone avrebbero potuto rimanere com’erano quando (Jobs) era in vita: una tecnologia straordinaria limitata principalmente alle parti relativamente ricche del globo, come lo era stato il PC prima. Invece, lo smartphone rappresenta una nuova branca dell’evoluzione tecnologica, la forza trainante che sta portando il resto del mondo online.

Senza Google, Samsung e i produttori cinesi, spiega Bloomberg, lo smartphone non si sarebbe diffuso come è poi avvenuto. Sarebbe stato un oggetto ricco, diffuso in Occidente e utilizzato solo da chi poteva permettersi un iPhone – il primo vero smartphone, come lo intendiamo oggi, sul mercato. Senza la diffusione di Android, tanti servizi, tante tecnologie e tante innovazioni che conosciamo e diamo per scontate, probabilmente non avrebbero avuto linfa per nascere o crescere. Senza gli smartphone di fascia bassa (con tutti i limiti, le mancanze e le insicurezze che hanno, sia chiaro), una enorme fetta della popolazione mondiale non avrebbe avuto accesso a Internet e non avrebbe usufruito dei migliaia di servizi oggi disponibili a tutti.

L’iPhone fu presentato da Jobs come «un prodotto rivoluzionario che cambia tutto». È stato vero. Ma la tesi di Boolmberg è condivisibile: Android ha cambiato tutto per tutti.