Confessioni di un ladro di skills

Sono stato fortunato, lo confesso. Nella mia carriera ho avuto sorte favorevole quando, oramai oltre 15 anni fa, conobbi la figura professionalmente (e fisicamente) ingombrante di Yuri.

Yuri è uno sviluppatore web e sistemista di origine ucraina. Lavoravamo per la stessa azienda: lui da remoto, dalla sua casa nei dintorni di Kiev, uno smart worker ante litteram; io raggiungevo l’ufficio tutti i giorni, qui in Italia, nella calante provincia casertana. Per il sottoscritto era un riferimento, un orientamento. Era uno specialista, come si dice. Io, invece, un giovane studente informatico, appassionato e parzialmente nerd, con un contratto da stagista da meno di 400 € al mese, interessato ad imparare. Non c’era storia e – spoiler! – non c’è mai stata.

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Il silenzio degli indisponibili

Il mondo del business è una giungla, va bene. Tutti abbiamo progetti e committenze di varia origine da gestire, svariate priorità e urgenze da soddisfare, decine di relazioni da sostenere e centinaia di notifiche giornaliere da fronteggiare, d’accordo. Ogni mattina la tastiera è un machete e le comunicazioni a cui dare seguito sono arbusti di un sottobosco da cui non sappiamo se per fine giornata ne usciremo vivi, concordo. Però non esageriamo, un minuto per rispondere a quel messaggio lo si trova.

Perché devo ammetterlo: esiste un solo genere di partner con il quale non riesco a tessere rapporto, con il quale non sono capace di vincolare fiducia personale né professionale: quello che dribbla coerentemente telefonate, email e messaggi, mancando puntualmente di rispondere e lasciando in sospeso richieste, decisioni e appuntamenti. L’indisponibile, quello che nella giungla si nasconde dietro grovigli di liane e finge di non vederti arrivare.

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Contro il logorio dell’urgenza moderna

Uno dei termini che con maggior frequenza è presente nelle prime righe delle email che ricevo, soprattutto nelle comunicazioni che arrivano per l’IT, è “urgente”: c’è da fare una modifica urgente, bisogna preparare un documento urgente, inviare una mail urgente, definire una stima urgente, completare una porzione del software urgente e così via, incasellando urgenze dietro altre. Una maledizione.

Le urgenze dei nostri committenti però non sempre corrispondono alle nostre. Se per un cliente una cosa è urgente per noi vuol dire: fermiamo tutto ed occupiamocene. Poi, una volta completato il task, quell’attività smarrisce la priorità embrionale e agli occhi di chi l’ha richiesta perde quella necessità vitale che ci aveva trasferito. Non è più urgente, ma intanto grazie.

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Consulenza, comunicazione ed empatia

Se provassi per gioco a determinare un valore che identifica l’immagine di Crearts agli occhi dei nostri clienti, credo di potermi sbilanciare confermando che quello che ci rende unici ed individuabili sia la nostra empatia. La nostra agenzia riesce, senza particolari sforzi né artificiosità, ad entrare in simbiosi con i business dei nostri partner, ad esserne partecipi, a cucire una relazione sana e pura capace di aggiungere valore alle professionalità, alle puntualità, alle creatività. Ci identifichiamo negli obiettivi e nelle strategie, negli approcci e nei valori: diventiamo i nostri clienti.

Questo non è necessariamente un pregio, può avere le sue ripercussioni negative, ma evidentemente il sistema genuino attraverso il quale nascono, si rafforzano e si sviluppano le nostre relazioni, mediante il quale partecipiamo alla crescita – non solo comunicativa – dei clienti con i quali scegliamo di percorrere strade comuni, ci rende diversi dalle altre agenzie e, per fortuna nostra e dei nostri clienti, migliori.

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I siti web non servono a niente

Non sono ammattito. Dico sul serio: i siti web di presentazione, così come li incrociamo molto spesso online, non servono a nulla. Anzi, aggiungo: arrecano solo danni all’azienda che presentano.

Siamo abituati a sentirci dire che il sito è una vetrina online, un riferimento web per proporre la propria azienda, esporre le soluzioni che adotta e racimolare contatti. Più o meno complessi rispetto a questa definizione, buona parte dei siti delle aziende italiane è realizzato utilizzando questo comune paradigma: pagina descrittiva dei tenutari, pagina con la descrizione dei servizi offerti o dei prodotti realizzati, pagina con le informazioni di contatto. Inutile per i potenziali clienti, nocivo per la reputazione dei proprietari, inadatto all’epoca in cui viviamo.

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Apple non è un dogma, ditelo a quelli

Ho amato i dispositivi Apple. Ne ho adorato follemente i sistemi operativi. Ho posseduto i primi tre iPhone disponibili sul mercato italiano e diversi Mac (mobili e desktop) per 9 anni. Poi basta. Dal 2012 utilizzo devices Android: il mio primo smartphone Google è stato un Galaxy Nexus. Dal luglio 2016 ho un notebook con Windows 10, un Surface Pro 4 di Microsoft. Ricordo le date degli switch, come i fumatori incalliti ricordano il giorno dell’ultima sigaretta. Ne ricordo le riflessioni che maturarono le decisioni e, non lo nascondo, le ansie per il salto verso l’ignoto. Ricordo, infine, il sospiro di sollievo e la soddisfazione per la scelta. Uscire dalla zona di confort, seppur informatica, procura sempre una certa ambascia.

La motivazione principale che mi ha spinto, ogni volta, verso qualcosa di diverso da Apple è stata anzitutto la curiosità. Google prima, Microsoft poi, introdussero innovazioni ai propri sistemi che la Apple, al confronto, ti faceva sentire come a cena con la zia zitella. Bored. Tutto piatto, statico, lento, sia dal punto di vista hardware che, soprattutto, software. Ognuno a priorio modo, ognuno con i propri errori, hanno saputo offrire quella freschezza tecnica, estetica e funzionale che in iOS (nel 2012) e in Mac OS X (un anno e mezzo fa) avevano ucciso. I dettagli sarebbero da discutere singolarmente ma, in entrambi i casi, sono convinto di aver scelto quello che, in quel momento, era il miglior sistema che poteva venirmi offerto per il tipo di utilizzo che ne facevo.

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Leggi, decidi e archivia: gestire bene la posta in arrivo

Qualche settimana fa ho scritto una mail ad un cliente e ho atteso per qualche giorno una sua risposta. La risposta non è arrivata nonostante il messaggio fosse fondamentalmente di suo interesse: gli ho quindi telefonato, gli ho chiesto se l’avesse ricevuta, gli ho chiesto di verificare se era nello SPAM et voilà, eccola lì, era nella posta in entrata ma gli era sfuggita. Gli era sfuggita, nel 2017.

Una porzione importante del mio lavoro in Crearts è costituito nel progettare applicativi che aiutano a migliorare i flussi di lavoro aziendali dei nostri clienti, generalmente aziende medie del panorama B2B italiano. In quest’ottica abbiamo realizzato, tra gli altri, software per gestire impianti, personale, documenti, contabilità e attività giornaliere. Ma le email no, quelle no: generalmente i nostri clienti se le gestiscono da soli.

Non parlo della gestione tecnica (server mail, hosting, eccetera), ma dell’amministrazione della propria casella e-mail, della distribuzione del carico di lavoro e della priorità da dare alle comunicazioni: sono cose che i nostri clienti si gestiscono in autonomia, molto spesso male. Il caso comune è: una versione arcaica di Outlook, diversi account e-mail configurati in POP3, una posta in arrivo unica in cui annegare tra migliaia di messaggi già letti. È angosciante.

A volte ho dispensato di persona piccoli consigli per migliorare la corrispondenza, ma non ho mai classificato per rilevanza le operazioni che eseguo personalmente sulla mia inbox per tenerla pulita, organizzata e coerente con le azioni intraprese sui singoli messaggi. Non l’ho mai fatto perché non sono abituato a scrivere prescrizioni: le mie sono consuetudini che, partendo dalle regole base della tecnica Inbox Zero, ho personalizzato con gli anni. Sono abitudini, tra l’altro, che col tempo ho cambiato, migliorato e stravolto, e potrebbe succedere ancora.

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Tutta l’informazione del mondo non ci rende più informati

Adesso sappiamo che avere a disposizione praticamente tutta l’informazione del mondo non ci rende più informati, né cittadini più responsabili, né esseri più empatici o realmente connessi. Anzi. Infantilizzare i formati per “raggiungere un pubblico più ampio” non fa che distribuire a più persone un’informazione in pillole che ha perduto tutti i suoi nutrienti, ma non crea affatto un maggior numero di persone informate. Ci sono passaggi dell’assorbimento dell’informazione che non si possono saltare, e sono personali, e lenti, non c’è niente da fare. Una delle semplificazioni drammatiche provocate dall’erosione della cultura è la letteralità, l’incapacità di digerire informazioni, il tracciare solo rapporti diretti di causa-effetto, come imputare il proprio impoverimento all’arrivo del migrante mentre questi, in realtà, è spinto a migrare proprio dalle conseguenze del nostro benessere a scapito del suo, soltanto che non ci va di indagare quali siano le nostre responsabilità indirette.

Marina Petrillo, Il Grande Rancore.

Via.

Samsung S8, the standard for smartphones in 2017

Samsung’s flagship Galaxy Android handsets set the standard for smartphones in 2017. It may have not been the first phone with a nearly borderless screen, but the Galaxy S8’s exquisitely curved display certainly made it the among most attractive phones of the year. Not to mention its eye-popping OLED display, which for a long time was the best you could ask for on a phone. Samsung also made an effort to simplify the phone’s software, cutting a lot of the extraneous features that made its older phones feel clunky.

Il Time nomina il Samsung Galaxy S8 al quinto posto nella top ten dei gadgets del 2017. I motivi: design, display e software.

Sono stato un utente “stock” di Android per diversi anni, lo smartphone per il sottoscritto era il Nexus. Nient’altro. Poi l’infatuazione la scorsa estate, la prova e la conferma. Samsung ha fatto un lavoro eccellente e, ancora dopo diversi mesi, senza concreti rivali – certo: gli ultrà, i religiosi e i fan che non saranno d’accordo, ma proviamo ad essere oggettivi.

Ha i suoi limiti, su tutto la delicatezza estrema del display, i tempi pachidermici per gli aggiornamenti e la necessità di personalizzazione via launcher se si vuole ricreare un ambiente Google-like.

Compromessi che ne valgono la pena.

Quanto ci costa una ricerca su Google

L’Ufficio parlamentare di bilancio italiano, ha calcolato che Google nel 2015 ha fatturato 637 milioni di euro da clienti italiani che hanno pagato per la sua pubblicità. Di questi, 67 milioni sono stati fatturati da Google Italia, mentre altri 570 sono stati fatturati da Google Ireland, la società madre di tutte le operazioni di Google in Europa. […]

Questa divisione tra Google Italia e Google Ireland è soltanto un aspetto del complesso sistema utilizzato da Google per risparmiare sulle tasse. Il primo passaggio, come abbiamo visto, è mantenere basso il fatturato della società che ha sede nel paese ad alta tassazione (Google Italia, in questo caso) e di riversare invece ricavi e profitti nella società che si trova nel paese a bassa tassazione (Irlanda). Google Ireland versa a sua volta buona parte degli incassi alla holding di Google nei Paesi Bassi che, in un’ennesimo passaggio, li versa a sua volta a Google Ireland Holding, che possiede il diritto esclusivo dell’uso del marchio Google in tutti i paesi esclusi gli Stati Uniti.

Questo schema, in cui il denaro passa dall’Irlanda ai Paesi Bassi e poi di nuovo all’Irlanda, viene chiamato in gergo “Double Irish Dutch Sandwich”, cioè “panino all’irlandese con ripieno olandese” e serve a sfruttare i cavilli della legislazione fiscale irlandese per risparmiare ulteriormente sulla tassazione (Google non è l’unica società a utilizzare questo sistema). Al panino andrebbe comunque aggiunto anche un ulteriore contorno, visto che gli utili prodotti da Google Ireland Holding non sono tenuti nel paese ma vengono spostati in una società di Google con sede alle Bermuda, che è un vero e proprio paradiso fiscale, dove vengono “parcheggiati” sostanzialmente gratis (nelle Bermuda non si pagano tasse sugli utili). Nel 2014, grazie a questo schema, Google ha portato nelle Bermuda circa 10,7 miliardi di euro di profitti raccolti in Europa. Si calcola che nel 2015 Google abbia pagato il 6 per cento di tasse sui suoi ricavi in Europa, cioè un quarto dell’imposta media sui ricavi pagata dalle società europee che non riescono a praticare vasti schemi di elusione.

Si discute di nuovo di una tassa per i servizi web da applicare Google, Facebook, Amazon e giganteria simile, aziende che eludono il fisco italiano per centinaia di milioni d’euro l’anno, pagando le tasse in Paesi a bassa pressione fiscale pur vendendo in Italia. Ne parla Il Post, non bene.

I servizi di Google in Italia valgono oltre mezzo miliardo d’euro, cifre sulle quali l’azienda non sborsa che qualche spicciolo in tasse e solo su una parte minima del ricavo. Numeri e metodi impressionanti.

Il web non è Chrome, il web non era Internet Explorer

Thank God they’re over. In 2017, with open standards, there’s literally no reason for proprietary lock-ins, where websites only work on certain browsers and on certain operating systems. This is good because monopolies are almost never good for the end-user. Competition is what makes the web so vibrant and exciting.

Sembra banale, ma pare sia diventato necessario ripeterselo perché alcune piattaforme hanno porzioni dei loro siti non compatibili con browser che non siano Chrome.

Ad un utente che non riusciva a completare una prenotazione con una vecchia versione di Safari, invece che suggerire un aggiornamento del browser, l’help di Airbnb ha consigliato di scaricare Chrome. Jeffrey Yasskin, membro del team di Chrome, ha suggerito che no, per favore no. Poi in Airbnb hanno minimizzato: il sito funziona con tutti i browser, dicono.

Credo che tutto sommato se cose del genere succedono è anche responsabilità di Google Chrome che aggiunge API personalizzate che fanno gola agli sviluppatori e non rispettano gli standard. L’HTML 5 ha oggi tutte le potenzialità per rendere compatibili su tutti i browser le funzionalità di una piattaforma come quella di Airbnb. Per favore, non fateci rimpiangere Internet Explorer 6.

Dio vede, provvede e sfrutta i big data

Un algoritmo avanzato e settato sulle problematiche amorose potrebbe risparmiarci scelte superficiali, e suggerirci chi è la persona che ci renderà felici. Potremmo fare a meno degli appuntamenti sgradevoli, e sposare direttamente la persona che ci suggerisce il Tinder del futuro. Perché affidarci alla nostra memoria difettosa e ai nostri preconcetti quando possiamo votare in base a cosa abbiamo provato nei momenti importanti dell’ultimo decennio?

Se c’è una cosa che accomuna tutti gli essere umani è la nostra incurabile limitatezza. Ma se un algoritmo dovesse conoscerci meglio di noi stessi, suggerirci decisioni o prenderle per nostro conto, memorizzare e analizzare la nostra vita per trarre calcolate conclusioni nei momenti più importanti? Ne parla Paolo Mossetti su Le macchine volanti.

Dare un nome preciso a questa nuova religione è complicato, ma lo scrittore e storico Yohan Harari ci ha provato e l’ha chiamata “datismo”, il cui dogma si può riassumere così: tutto ciò di cui abbiamo bisogno sono le informazioni che provengono dai dati. Ma questi dati non possono essere interpretati dall’intelligenza umana, perché la loro quantità è troppo grande. Ecco che allora intervengono gli algoritmi, prodotti e gestiti dai colossi tecnologici, che ne estraggono i tratti salienti e costruiscono su di essi una nuova conoscenza, una nuova politica, una nuova esistenza.

Non bastavano le religioni ufficialmente o meno riconosciute, qualche impallinato in California ne sta immaginando di nuove basate su algoritmi capaci di estrarre informazioni dall’enorme mole di dati che produciamo quotidianamente. Un dio che vede e provvede, come quell’altro ma dal vero, senza dogmi se non i sorgenti che lo tengono in vita e i metodi con cui gestisce la nostra privacy. Uno scenario inquietante e non impensabile. Gli algoritmi oppio dei popoli.

Perché la programmazione non è cambiata?

Quando un programmatore ha la testa infilata nel proprio editor, se la complessità della porzione di codice sulla quale sta lavorando va un po’ oltre Hello World, può succedere che a causa della concentrazione, dell’isolamento e dell’applicazione nel far funzionare il proprio codice, può venire totalmente astratto dal progetto, perdendo paradossalmente il focus sull’obiettivo finale.

“The problem is that software engineers don’t understand the problem they’re trying to solve, and don’t care to,” says Leveson, the MIT software-safety expert. The reason is that they’re too wrapped up in getting their code to work. “Software engineers like to provide all kinds of tools and stuff for coding errors,” she says, referring to IDEs. “The serious problems that have happened with software have to do with requirements, not coding errors.” When you’re writing code that controls a car’s throttle, for instance, what’s important is the rules about when and how and by how much to open it. But these systems have become so complicated that hardly anyone can keep them straight in their head. “There’s 100 million lines of code in cars now,” Leveson¹ says. “You just cannot anticipate all these things.”

James Somers ha pubblicato su The Atlantic un long-form sull’apocalisse del software. L’articolo attraversa analisi illuminanti sullo stato del lavoro di programmazione: si scrivono milioni di righe di codice che, causa la difficoltà nello scriverle, spesso astraggono lo sviluppatore dal problema per il quale quel codice si sta scrivendo.

I nostri team non hanno mai costruito un software per pilotare un Boeing 747 ma possiamo dire di aver comunque sviluppato software per grosse aziende e, dalla mia esperienza, in ogni progetto ho notato questo problema. Il focus sulla funzionalità del codice – sulle metodologie, sugli approcci, sulle strategie, sulla correzione degli errori e sulle logiche – ha causato qualche volta l’allontanamento dall’obiettivo finale, dal problema per il quale il software era in sviluppo.

La tecnologia si è evoluta, il modo in cui essa viene sviluppata è rimasto pressoché identico.

Il problema è quindi il codice?

The problem is that programmers are having a hard time keeping up with their own creations. Since the 1980s, the way programmers work and the tools they use have changed remarkably little. […] Computers had doubled in power every 18 months for the last 40 years. Why hadn’t programming changed? […] the idea that people were doing important work, like designing adaptive cruise-control systems or trying to understand cancer, by staring at a text editor, was appalling. And it was the proper job of programmers to ensure that someday they wouldn’t have to.

Obstinate, confident and megalomaniac

Mark Zuckerberg is the richest man in the world – or almost – and, like all richest men in the world – or almost – has his own clear objectives: he’s announced that with their wife Priscilla, will be devoted mainly at their charity foundation, Chan Zuckerberg Initiative, and less to his Facebook CEO role.

“Some nights I go to bed and I’m not sure if I made the right decisions.”

Many people bet that his love for humanity can it materialize in a call for the President of the United States of America new role.

The new one: “Give people the power to build community and bring the world closer together.” It’s a mouthful, but Zuckerberg suggests the tweaked focus will allow humanity to tackle “challenges we can only take on together,” such as “curing diseases, and stopping climate change, and spreading freedom and tolerance, and stopping violence.” He continues, “We have to build a world where people come together to take on these big, meaningful efforts.

Max Chafkin and Sarah Frier trace it a profile on Bloomberg, but they seem to paint the picture of an obstinate, confident and megalomaniac boy.

“There’s this myth in the world that business interests are not aligned with people’s interests. And I think more of the time than people want to admit, that’s not true. I think that they are pretty aligned.”

Easiest workflow with Todoist

My favorite app for a productive workflow is Todoist, a cross-platform project management software with awesome features without frivolousness. I use it from years; no competitor.

I delegate it all achievable things to remind. I don’t want to remember, I want reading every day a list, check when I achieve a task and forget it. Stop. To be clear, I’m not talking about the productivity methodologies or the better way to complete the most things in a less time etcetera, I talk about a simple and organized checklist to accomplish: Todoist excels.

Essentially I use my list in a simple way: I split my tasks into two separate sources: function (hosting, billings, managing, sales, and other areas) and customers. My functions are the projects, my customers are the labels. When I add a new task I’ll choose a function and one or more related customers (besides the deadline, priorities and potential notes). That’s all folk.

In this way all days I can easily detect tasks for the customers, for the functions or for a deadline (I prefer a view with next seven days).

Every day I follow my list, prioritize the tasks and challenge the day. If comings unexpected stuff – and it happens – I’ll have the free mind to think about. The rest are in Todoist’s hands.

Apple, FaceID and the mass surveillance

Apple doesn’t currently have access to the faceprint data that it stores on iPhones. But if the government attempted to forced Apple to change its operating system at the government’s behest — a tactic the FBI tried once already in the case of the locked phone of San Bernardino killer Syed Rizwan Farook — it could gain that access. And that could theoretically make Apple an irresistible target for a new type of mass surveillance order. The government could issue an order to Apple with a set of targets and instructions to scan iPhones, iPads, and Macs to search for specific targets based on FaceID, and then provide the government with those targets’ location based on the GPS data of devices that receive a match.

Jake Laperruque explains on Wired how Apple could become the new way to guarantee our¹ recognitions for the US Security Agencies. Theoretically and reasonably Apple built the best way to perform the mass surveillance. Welcome in 1984.

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1. Not me, I use an Android phone.

I don’t know my passwords

I often read about the correct way to make your own personal password for online services: the algorithm. You must build your password following instructions and use the words, numbers, and symbols regarding your best movie, your favorite song, your birthdate, your football team best player and so on. Long and complex, if possible.

This method has a presupposition: you can’t forget how you have generated your password; you can’t forget your forgettable algorithm. A logical bug: if you forgot your algorithm, you forgot all your passwords (what happened, I know). And, in addition, if someone discovers your words keys, it can steal all your accesses.

Nope, I won’t remember my passwords, thanks.

I use LastPass on my browsers and on my mobile devices: the app generates for me the passwords with random characters. I don’t know my passwords. The software saves the keys and I use the software to sign in. Bye forgettable tricks.

Is it the right choice? Is it the most secure way? I’m sure that in this way the passwords are safe because stronger and, furthermore, I activated the two-factor authentication both for LastPass and all services that offer it.

LastPass it’s a secure platform? For now yes. Nothing is 100% secure, clear, but I trust.

I prefer to remember others useful and cool stuff.

Instapaper is for readers, Pocket for Mozilla

Reading later is usually a habit that I follow every day when I have some minutes of peace. I add articles and posts to my list in Instapaper from my feed reader, by a browser or via Twitter timeline. Sometimes my reading list became like a /dev/null folder, but with a load of patience and much free time, I successfully complete more reads.

Anyway, I said of Instapaper. I used Read it Later for years before it became Pocket, and I used Pocket too. But after a recent update for their Android app (and the Pinterest’s shopping) I’m definitely switched to Instapaper.

I’d like to highlight that I tried to switch back to Pocket several times, especially after the Mozilla acquisition, but each time I capitulate. Instapaper is for reading, Pocket is for sharing.

Instapaper has some features that in Pocket lacks, features that make reading more comfortable: for example the pagination. Yes, I know, even Pocket have the pagination, can be activated by flipping on the page but, in some cases, the results are damn illegible. Instagram has the pagination progress dots in an article and, in the list, a indicator for post length. Sublime for choice what read.

The highlight, oh yes the highlight. Underline parts of an article, share quotes – automatically or manually, as text or image, add notes, collect, search and archive them is a must have for all happy reader. The killing feature for me.

So, Pocket has other cool stuff if you want to share your posts or if you want to create a public collection, but missing reading power features. Mozilla bought Pocket to create a greedy ecosystem of relevant shared contents to suggest in their next browser version, and it’s a great thing, but I think that Mozilla still needs to invest on Pocket under pure reading profile and I hope that this takes place.

If you want mainly read and store your links and quotes, Instapaper wins hand down. For now.

Stay fanatic, stay foolish

I think that Apple will continue to have success until influential, excellent, significant and unfortunately conscious people will legitimize the company’s choices to indulge their religious, fashionista and golden-plated fanaticism.

Big IT corporations or USA Government?

Nick Srnicek is a lecturer in the digital economy at King’s College London and wrote on The Guardian a paper about the idea to nationalizing the ownership of Google, Facebook, Amazon, companies that are building a monopoly in specific industries.

We’ve only begun to grasp the problem, but in the past, natural monopolies like utilities and railways that enjoy huge economies of scale and serve the common good have been prime candidates for public ownership. The solution to our newfangled monopoly problem lies in this sort of age-old fix, updated for our digital age. It would mean taking back control over the internet and our digital infrastructure, instead of allowing them to be run in the pursuit of profit and power.

I haven’t the same authority, but at the bottom, I don’t know if nationalizing ownership for all big IT players that actually are building a monopoly it’s a feasible thing. And I don’t know if it’s a right and reasonable idea. Are a huge quantity of data: is it better than the ownership remain to a private company that profiles us offering advertise or sells us commercial products or that Governments (or USA Federal Security Agencies) comb through on our digital life to increase people control?

It can appear a controversial answer, but for now, I think to prefer that my data are on Google, Facebook or Amazon hands.