Il messaggio deve essere distrutto

A molti sarà capitato almeno una volta di ricevere una email che si concludeva con un lungo messaggio in cui si comunicava al destinatario la natura personale delle informazioni contenute, e lo si avvertiva di distruggerla e di avvisare il mittente nel caso in cui fosse stata inviata per errore. Questi messaggi, chiamati in gergo tecnico disclaimer, non servono a niente. […] Trovare questi messaggi in fondo alle email scritte o ricevute in particolare dalle aziende è così comune che ormai i destinatari danno per scontato di trovarle, e i mittenti di doverle inserire. Ma sono davvero obbligatori e, soprattutto, servono a qualcosa? In realtà, nonostante le leggi che vengono citate nei disclaimer, dal punto di vista normativo non esistono obblighi di alcun tipo sull’inserimento di questi messaggi, e la loro utilità legale è inesistente.

Ti fischiano le orecchie?

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Gli smartphone come la nicotina

Allo stesso modo in cui il fumo passivo nuoce ai polmoni delle persone intorno al fumatore, gli smartphone danneggiano l’attenzione delle persone attorno all’utente che ne fa uso. Dirotta i nostri sensi. Ci costringe a mettere in pausa le nostre conversazioni e a raddoppiare i nostri pensieri inutilmente. Ci fa perdere la nostra linea di pensiero e dimenticare quel punto importante che stavamo costruendo nella nostra testa. Erode la nostra capacità di connetterci o semplicemente di essere presenti l’uno con l’altro, distruggendo l’intimità nel processo.

Il fatto che l’attenzione sia l’unica cosa che possediamo realmente nelle nostre vite, come Mark Manson racconta in questo bel post segnalato dalla newsletter di Pocket, forse è un’esagerazione, ma l’utilizzo maniacale e compulsivo dello smartphone che alcune persone hanno in pubblico, anche durante una discussione, anche proprio mentre stanno parlando, avvelena la nostra attenzione e distrugge la nostra concentrazione (oltre ad essere terribilmente irritante). Non posso che concordare.

Dallo smartphone traversano messaggi, notizie, podcast, promemoria, musica, fotografie e attività di vario tipo. È un hub. Ne siamo seriamente dipendenti, come per le sigarette. Se lo dimentichiamo scleriamo, ritorniamo a casa, non prendiamo aerei: siamo deboli. Come col fumo, siamo intossicati. E intossichiamo chi ci sta intorno.

Ho iniziato a notare le persone che sentono il bisogno di controllare sempre la posta elettronica o i loro messaggi per sentirsi come se fossero dipendenti validi e produttivi. Non importa se sono al recital per violino dei loro figli, o in macchina al semaforo, o a letto a mezzanotte di sabato. Hanno la sensazione di dover essere sempre coinvolti in ogni informazione che viene lanciata, altrimenti in qualche modo falliscono. Ho notato amici che non riescono più a guardare film interi (o anche episodi di un programma televisivo) senza tirare fuori il loro telefono più volte durante la visione. Persone che non riescono a fare un pasto senza mettere il telefono vicino al piatto. Sta accadendo dappertutto e sta diventando quindi la norma sociale. L’attenzione erosa sta diventando l’attenzione normale, socialmente accettabile, e stiamo tutti pagando per questo.

Ho sempre il mio telefono con me e se mi sposto, anche per cambiare stanza, lo infilo in tasca. Quando ho 30 secondi, lo sfilo dalla tasca e scorro la lista dei feed o apro Gmail. Evito di polliciare sul display durante una conversazione, ma mi è capitato di farlo durante discussioni con più persone, durante una riunione o in pubblico. In quei momenti, la mia attenzione è molto vicina allo zero.

Ora mi sento una persona orribile.

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Un numero e una frase

Quando il CEO di Apple, Tim Cook, ha iniziato a parlare di una nuova versione del sistema operativo mobile di Apple (iOS 13), ha detto: “iOS ha la più alta soddisfazione del cliente nel settore, con un incredibile 97%.” La slide aveva un numero con un font grande – 97 percento. Con un carattere più piccolo, sotto il numero, una frase diceva: “Soddisfazione del cliente per iOS 12.”

Questo è tutto. Un numero e una frase.

Concentrarsi su un numero per diapositiva. Secondo Carmine Gallo è la formula che utilizzano in Apple per presentare le proprie statistiche senza bombardare gli ascoltatori di numeri, grafici ed elenchi puntati. Pare funzioni.

I prodotti scelti da Amazon non sono realmente scelti da Amazon

Amazon Choice è un’etichetta che Amazon ha introdotto nei risultati delle ricerche dal 2015: serve a limitare il sovraccarico di informazioni che può sconfortare l’utente e scoraggiare l’acquisto. All’apparenza sembrano prodotti selezionati e garantiti, ma in realtà i prodotti etichettati come “scelto da Amazon” non sono realmente scelti da Amazon, ma da un’automazione.

Un algoritmo miscela le parole chiave usate durante la ricerca, il numero di stelle sul prodotto, l’economicità del prezzo e lo stivaggio presso i magazzini Amazon (che rende più veloce la spedizione) per etichettare un prodotto come “scelto da Amazon”. È la conseguenza di combinazioni, non un consiglio né una garanzia di qualità. Ne parla Wired.

Se considerate che molti prodotti vengono regalati dai venditori in cambio di una recensione a 5 stelle, pare evidente che il consiglio migliore è che ognuno si faccia le proprie selezioni da sé.

Microsoft To-Do per la mia giornata lavorativa

È da qualche settimana che uso con soddisfazione Microsoft To-Do al posto di Todoist per la gestione delle mie attività di lavoro quotidiane. Ammetto che al momento il secondo è molto più completo, ma Microsoft ha fatto un lavoro enorme per portare il proprio To-Do (nato dalle ceneri di Wunderlist) a un livello tale da permetterne l’utilizzo in ambito professionale.

È ancora carente di funzionalità significative ma non essenziali, particolari che il team mi ha riferito avere comunque in lista. In compenso, la funzione “La mia giornata”, che avevo snobbato all’inizio, si è trasformata in una comodità irrinunciabile per la gestione di urgenze e di priorità.

Intanto da qualche giorno ha fatto un po’ di polvere l’annuncio ufficiale della nuova applicazione per Mac (in aggiunta a quella per Windows e a quelle mobili), che mostra ancora di più l’apertura di Microsoft all’offerta di servizi multi-piattaforma.

Rilancio segnalando AO, la controparte per Linux sviluppata come desktop-app (layer web con shortcuts e integrazioni di sistema) dal bravo Klaus Sinani.

Il criptovalore della privacy

Facebook sapeva che le persone non si sarebbero fidate se avesse gestito in autonomia la criptovaluta che avrebbero usato, e voleva un aiuto per stimolarne l’adozione. Così il social network ha reclutato i membri fondatori dell’Associazione Libra, una no-profit che sovrintende lo sviluppo del token, la riserva dei beni reali che le danno valore e le regole di governance della blockchain.

Facebook ha lanciato la propria criptovaluta con il supporto di partner d’eccellenza (VISA, Mastercard, Uber, Vodafone, Spotify, Paypal, Ebay e tanti altri) e creando un’organizzazione indipendente con base in Svizzera. Zuckerberg non è attendibile in tema di privacy e sicurezza, e quando si parla di soldi un minimo di credibilità è necessaria: se non si muoveva in questo modo, probabilmente in pochi lo avrebbero preso sul serio.

Libra – è il nome della valuta elettronica – sarà stabile e agganciata al dollaro, integrata in Messenger, WhatsApp e altre applicazioni, godrà di un proprio portafoglio virtuale con un’utenza indipendente, e non condividerà i dati con Facebook. Tranne casi limitati.

Di default, Facebook non importa i tuoi contatti o nessuna informazione del tuo profilo ma potrebbe chiederti di farlo. Inoltre non condividerà i dati delle tue transazioni su Facebook, quindi non verranno usati per targettizzarti con la pubblicità, riclassificare il tuo News Feed o altri metodi che permettano a Facebook di guadagnare in maniera diretta. I dati saranno condivisi sono in casi specifici in modo anonimo per misurarne l’adozione e fare ricerca.

Voi li affidereste i vostri risparmi a Zuckerberg?

Utenti o esseri umani?

Se vogliamo davvero avere un impatto sulle persone, dobbiamo cominciare a pensarle come esseri umani, non solo come utenti e consumatori circostanziali dei nostri prodotti. […] Finché parliamo di clienti o di consumatori, depersonalizzeremo gli essere umani che stiamo cercando di servire. Se […] vogliamo essere realmente umano-centrici, dobbiamo prendere le distanze dai clienti, o anche dagli utenti, avvicinandoci alle persone.

Il termine “utente” è un’etichetta che inizia ad andar stretta, così come costretta può essere la definizione di “cliente” o di “consumatore”. Kasia Luczak, Design Strategy Lead di Zalando, ne ha scritto con l’occhio di chi si occupa di user experience.

De-caratterizzare i nostri utenti ed etichettarli in un unico calderone, che si abbia a che fare con la UX o più in generale su tutte le attività di acquisizione e di vendita dei nostri prodotti, crea delle implicazioni di carattere sociale che non possiamo non tenere in considerazione.

I nostri clienti sono singole e specifiche identità. Non possiamo ignorarlo.

~ Photo by Farid Askerov on Unsplash

Facebook e la mancanza di rispetto

Facebook ha dimostrato ripetutamente una mancanza di rispetto nei confronti dei consumatori e delle loro informazioni, traendo al contempo profitti dal loro sfruttamento.

Lo ha detto il procuratore generale di New York, Letitia James, in merito all’indagine aperta nei confronti di Facebook: ha raccolto gli indirizzi email dei contatti di almeno 1,5 milioni di utenti. Facebook si è giustificata sostenendo si sia trattato di un errore.

Un errore, un milione e mezzo di utenti coinvolti.

Di questa notizia mi permetto di fare tre banali considerazioni.

Facebook è in malafede. Lo è stata in passato e forse lo è ancora tutt’ora – lo scopriremo tra tanto tempo. Provare a nascondere il barattolo della marmellata quando ancora si parla sputacchiando pane e frutti di bosco non è proprio una cosa elegante per Zuckerberg. Il codice che ha permesso agli utenti di autenticarsi mediante account email – o che ha gestito l’accesso alle email degli utenti – e che ha frugato nei contatti salvandoli da qualche parte per poi usarli ai fini di profilazione, non si è sviluppato da solo. Giustificarsi adducendo all’errore è una vigliaccata. Non può essere, non è possibile. Sono bugiardi e codardi.

Facebook non ha alcun interesse nel proteggere i dati dei propri utenti. I dati sono soldi, più se ne raggranellano meglio è: lo fanno anche Google, Amazon e compagnia. Ma tutelarli, averne cura, non approfittare della fiducia riposta, non giovarsi di una posizione di vantaggio – psicologico, tecnologico, culturale – sui propri utenti sarebbe un principio da non sottomettere al conto in banca. Strappare qualsiasi valore di privacy, mettere nel calderone tutte le informazioni possibili e infischiarsene della loro protezione è sintomo di scarso interesse verso i propri utenti: sono merce, appoggiateli lì che mo’ c’ho le mani occupate.

Facebook è un colabrodo. Ogni due giorni si racconta di mala gestione, di falle, di discriminazioni, di errori. Non ci affiderei mai la mia vita digitale, e a parte la necessità sociale e lavorativa di dover continuare ad usare WhatsApp, non lo faccio più e diffido chiunque dal farlo.

Facebook fa utili comunque. Sarà banale anche questo, ma credo che il rispetto faccia utili più duraturi.