Un buon programmatore è elegante e conciso

All’epoca le capacità della maggior parte dei computer erano molto limitate. La memoria dell’Ibm 704 poteva contenere solo quattromila parole. Un buon programmatore era elegante e conciso, non usava mai una parola di troppo. Erano poeti dei bit. “Era come lavorare con una serie di rompicapi logici”, racconta Wilkes. “Sono ancora molto pignola e precisa. Fino all’eccesso. Noto ogni minimo dettaglio”.

Al di là dell’importante apporto che questo articolo di Internazionale aggiunge alla ricostruzione del ruolo femminile nella storia dell’informatica, uno dei passaggi della Wilkes che mi è capitato di evidenziare è questo legato alla puntigliosità con cui, per la scarsità delle risorse e il prestigio del lavoro, veniva scritto il codice.

Oggi le risorse abbondano, scrivere codice è infinitamente più semplice – in rapporto alle complessità delle tecnologie per le quali si sta sviluppando – e di guide, framework e stralci di codice che fanno già le cose che bisognerebbe programmare per farle ne è pieno il web. Scrivere codice gustoso, asciutto e raffinato nelle soluzioni non può essere solo il vezzo di qualche informatico fobico, è una caratteristica che bisognerebbe pesare correttamente nella selezione e valutazione di progetti e sviluppatori. Oggi non succede a sufficienza.

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