Il confine

Io non lo so, se sono fortunato ad andare a lavoro. Cioè io, per raggiungere il luogo di lavoro, io percorro 8 o 800 km a settimane alterne. Ci sono giorni, quindi, che in dieci minuti son già coi piedi sotto la scrivania e giorni, invece, che faccio almeno sei ore tra auto, e treno, e taxi, e gambe. In entrambi i casi, pensavo, non rientro nel tempo ideale per raggiungere l’ufficio. Perché dice che c’è, un tempo ideale: 16 minuti tra casa e lavoro. E io sto o a un po’ meno o a troppo in più.

I 16 minuti, o i pochi di meno, o i molti di più, servono per defaticare, per stare da soli con se stessi, per pensare, per cambiare la propria modalità di vita, per disattivare l’interruttore delle cose di casa, o di ufficio, per cambiare la propria personalità. E poi servono a sentire i podcast, o la radio, o a leggere in treno, o a chiamare la mamma. 16 minuti che a casa, se lavori da casa, non ce li hai per andare a lavoro. Perché se casa tua è una casa normale, come la mia, a lavorare da casa non ci stanno 16 minuti di tragitto. Poi però magari c’hai la casa grande.

E quindi, ecco, quindi pensavo, lo smart working, per lavorare bene, funziona? Se hai una casa normale, dico, lavorare e mangiare e dormire e giocare con la bimba, se c’è l’hai, una bimba, e cambiare la sabbia al gatto, se c’è l’hai, un gatto, e fare l’amore, se lo fai, insomma, ci siamo capiti, e fare tutte queste cose insieme e farne anche altre nello stesso posto che non li hai i 16 minuti per raggiungere la tua scrivania, se hai una casa normale, conviene lo smart working? Secondo me no.

Pure perché a lavoro, secondo me, non ci vai solo a lavorare. E non ci vai nemmeno solo per raggiungere il posto di lavoro. Ci vai a prendere il caffè coi colleghi, pure con quelli che ti stanno sul ginocchio, ci vai a prenderti le soddisfazioni, pure, ci vai a tirar giù le bestemmie, se sei di quelli, ci vai a raggiungere degli obiettivi, e ci vai anche a fare defamiliamento.

Ci vai, insomma, perché ti conviene, forse, metterci una barriera tra la tua vita lavorativa e la tua vita vita, quella che ti togli le scarpe e mangi e dormi e giochi con la bimba, se, e cambi la sabbia al gatto, se, e ci fai l’amore, se, ma che non ci lavori.

Gail Sheehy ha scritto a proposito della “doppia vita del pendolare” per il New York Magazine nel 1968, tracciando un profilo delle specifiche personalità a bordo dei treni delle ore 5.25, 6.02 e 9.57 in partenza dalla Grand central station: “Si ha la sensazione molto forte di due vite che trovano nel treno una sorta di ponte”. La distanza tra queste due vite è stata studiata in un insieme di ricerche genericamente conosciuto come “teoria del confine”. È forse qui che apprezziamo la funzione più importante del pendolarismo.

E quindi non è che io sono contro il telelavoro, ma non lo trovo poi così intelligente se, tra il gioco e la sabbia e l’amore, se, finisce che lavori fino a notte e poi dopo cena son già di nuovo le nove di mattina. E ti siedi di nuovo alla scrivania senza farli, i 16 minuti. E senza i podcast, la radio, il libro o la mamma.

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