Chances

Quando gioco con mia figlia succede spesso che quando perde, per esempio quando giochiamo a lanciare una trottola e la fa cadere subito, che gira nemmeno un poco, succede che io le dica che era una prova, che quello non era mica un tiro valido per la partita, e che ora, adesso sì, è la volta buona, il tiro ufficiale, quello definitivo, che deve concentrarsi. E lei si concentra.

Succede quindi che io, a mia figlia, mi piace darle una seconda possibilità, quando giochiamo. Mi piace che capisca che si può averne, che però non è sempre gratis, che a volte vince anche papà, ma che in linea di principio niente vien perso per sempre al primo lancio. A mia figlia però piace vincere, e spero che l’insegnamento restituisca i suoi frutti più in avanti, che per adesso se perde mi mette il broncio.

Ma anche quando a lavoro, che capita che uno sbaglia che ha perso, che si è giocato la partita e se l’è giocata male, succede che mi piace l’idea di farlo lanciare di nuovo, di dirgli che era una prova e che adesso, sul serio, ha una seconda occasione, che deve concentrarsi. Perché una scivolata, un dentino sul pavimento o il terreno sconnesso, capita a tutti.

La differenza, tra mia figlia e uno che sbaglia e che perde e che ha una seconda possibilità, la differenza è che a mia figlia non glielo dico, che è l’ultima.

E quindi sono dell’idea che tirare di nuovo la trottola, quando la vita ti fa scivolare la puntina di ferro e ti sbanda, che rialzarti e lanciarti ancora una volta è un’occasione che non puoi sprecare. Un momento di crescita, oltre che di riscatto. La possibilità definitiva: se cadi ancora perdi sul serio, non puoi riavvolgerne più, di corda. Quindi ti devi concentrare, se vuoi vincere, come fa mia figlia.

Se dopo, se sbandi ancora, se non sai cogliere l’opportunità, se succede di nuovo: pazienza, cambierai gioco, che questa volta ha vinto papà.

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