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L'inferno delle verità

·421 parole·2 minuti

Non ho mai vissuto il dolore. Il dolore vero, quello di un lutto troppo vicino, quello che ti taglia in più parti e perde pezzi in giro, tra i ricordi. Sono un ragazzo fortunato, cantava Jovanotti quando avevo undici anni, e non perché mi hanno regalato un sogno: sono fortunato perché ho i miei cari ancora accanto, e forse perché è passato molto tempo dalle dipartite più vicine. La fortuna è di incontrarsi ancora.

Sono fortunato anche perché ho generato una corazza rispetto all’uso intenso dei social network e alla deviazione secondo la quale sugli stessi si debba riversare la nostra vita privata e le conseguenti emozioni che inevitabilmente ci offre: amori, dolori, tristezze, rabbie, morti. Il mio uso dei social network – e stiamo dando per assunto che oramai Mastodon in qualche modo lo sia – è meramente di condivisione e di confronto. Parole al vento, che vengono cancellate. Come ho rimosso quelle dei miei 13 anni su Twitter o, prima ancora, gli interi account Facebook, Instagram, Flickr, MySpace e le mailing list e i forum che in un’altra epoca frequentavo. Niente vita privata, o solo racconti a corollario di storie, come in questo caso qui. Ma all’inferno delle verità io mento col sorriso.

E quindi due temi: il lutto e i social network. Li mette insieme Giulia Muscatelli su Domani, e racconta di come si è passati dalla condivisione del lutto tramite post alla elaborazione vera e propria su TikTok; dal ricordo alla condivisione a scopo terapeutico o, meno poeticamente, al fine di generare engagement, di farne spettacolo, intrattenimento per chi, tra un video di gattini e uno sul fai da te, si trova di fronte una clip che parla di tumore, d’incidenti, di morte, di assenza.

Era inevitabile che i social, grande rivoluzione delle nostre vite, rivoluzionassero alla fine anche le nostre morti ma c’è da chiedersi quanto il discorso che avviene in quegli spazi trasformi le esistenze. Storicamente le popolazioni si sono evolute anche in rapporto alla gestione della morte e alla sua percezione; cimiteri, funerali, rituali e usanze hanno sempre rappresentato tratti distintivi delle società e delle religioni che le dominano.

Ho scritto, solo pochi giorni fa, che ci stiamo anestetizzando davanti al dolore degli altri, che stiamo imparando a ignorare per continuare a vivere. Sul lutto, invece, pare che il percorso sia inverso: postare, comunicare non l’elaborazione quanto un elaborato del lutto, coinvolgere gli altri nel nostro dolore privato, intimo; ostentarlo, pare faccia vivere ancora.

Ma se devo dirla tutta, qui non è il paradiso.